Archive for maggio, 2011

Io sono, tu 6: Episodio Due – Il Contatto

…ed il viso di quell’uomo.
In un silenzio profondo, senza stanchezza, lo vediamo uscire dalla stanza e noi, punto di vista, lo seguiamo. La sua schiena nuda rivela un tatuaggio, una cicatrice del suo presente, un messaggio scolpito. Il nostro occhio è rapito da quelle lettere incastonate tra le ombre che la luce crea sui muscoli delle sue spalle e ci avviciniamo, frementi. Ma proprio quando stiamo per toccare la pelle, veniamo interrotti da un colore rosso che ricopre il tatuaggio. Una serie di fiori bianchi, i cui steli si intrecciano su quel fondo carminio, ci impedisce di sentire il calore che quelle parole inchiostrate potrebbero darci e, un po’ delusi, ci allontaniamo. L’uomo sta indossando una camicia proprio di quel colore così estroverso e noi, che gli siamo dietro, sbirciamo su un lato, fino a scoprire un pezzo del suo profilo. L’angolo sinistro della sua bocca si muove verso di noi, tracciando una piccola ruga di espressione sulla guancia che stiamo vedendo, come se sapesse che siamo li, nella sua camera da letto.
L’osservatore osservato.
Questa sensazione di disagio ci fa sentire nudi in sua presenza e, in un impeto di timidezza, chiniamo la visuale come in segno di riverenza verso questa sua abilità, o potere. Legno, legno scuro di parquet fa da sfondo all’immagine che stiamo vedendo ora, statico. L’elemento dinamico della scena entra in gioco quando lacci bianchi invadono questa calma, sottili fili che si muovono all’impazzata e poi, le sue mani, che ripristinano e domano quelle creature così animate. Il movimento ormai imparato decenni fa, lega quei lacci, che si vanno ad adagiare correttamente su un paio di Converse All-Star nere, consumate.
anche loro ne hanno passate tante.
Non apre bocca, non fa rumore, quasi non respira, eppure siamo incuriositi continuamente, quasi rapiti dalla sua gestualità. Un’ultima occhiata allo specchio ed è pronto per uscire. I suoi occhi verdi guardano l’immagine riflessa, le sue labbra, dopo un tempo eterno si schiudono e per la prima volta sentiamo un suono, il suo suono: “Io sono”. E’ un saluto rivolto alla persona riflessa, è un augurio per una buona giornata, è un risveglio di quella voce che fino a quel momento era sopita, racchiusa tra le corde vocali. L’uomo prende le chiavi di casa, apre la maniglia ed esce. Storditi dalla profondità delle parole, ci siamo persi l’uscita di scena dell’uomo, perché siamo stati rapiti da un fatto sorprendente, surreale: l’immagine riflessa dell’uomo è ancora li, con gli stessi occhi verdi, con la stessa camicia hawaiana, con lo stesso angolo della bocca sorridente. Indugiamo ancora, poi tentiamo di avvicinarci alla superficie dello specchio, sperando di passarci attraverso. La corsa è rapida, piena di fervore, piena di dubbi che incrinano la realtà; ad un millimetro dal vetro, scopriamo la nostra materialità, non siamo più un punto di vista, incorporeo, in questo momento siamo fatti di carne, ma è troppo tardi per realizzarlo. Sbattendo sullo specchio udiamo un altro suono, profondo come la voce dell’uomo provienente dall’immagine persistente “Tu, 6”. BUIO

Io sono, tu 6: Episodio Uno – Il Rito

(un soggetto per una sceneggiatura che ho iniziato a scrivere e riscrivere tempo fa, provo a buttare giù qualcosa qui).

Un collo, muscoloso, il pomo d’Adamo si muove in un sussulto mentre la saliva scende lungo quel ruvido canale. Una mano, la sua, cinge la scena appena illustrata, avvolgendola. Il movimento delicato di quella grande mano, con le dita lunghe, affusolate e leggermente storte, sale, accarezzando quella poca barba ricresciuta, su quel mento un po’ sporgente che porta i segni delle sue radici. La mano scorre sul viso, inseguita curiosamente da voi, spettatori, che in questo momento siete insieme a me un punto immaginario, bramoso di ogni piccolo fremito che ha quell’essere. La mano si allontana, la nostra concentrazione così allarga il campo visuale, scoprendo uno spazzolino rosso, un rasoio lasciato incustodito. La mano sembra soffermarsi su questi oggetti, ma passa oltre e prende una confezione di lenti a contatto. Le afferra e con la mano gemella le scarta quasi brutalmente in un tremore silenzioso, calcolato. Le lacrime bagnano le dita di entrambe le mani e i gesti cominciano ad assumere quella ritualità che solo lui conosce così profondamente. Il suo occhio si apre e, noi, curiosi di guardare quest’uomo in volto ci fiondiamo sopra di lui, che ha rivolto il capo all’indietro e spalancato un occhio verso il soffitto, un occhio verde. La lente viene calata dalla mano esperta e si posiziona al centro di quell’occhio che è fisso in stato offline.
Il nostro punto di vista è troppo fremente di scoprire sensorialmente, non solo visivamente quell’atto, così ci tuffiamo in quel pozzo color dei prati e sentiamo il bruciore sfrigolante che fa l’occhio quando accoglie la lente, simbionte esterno. Ma non basta: bisogna entrare più all’interno. Così ci immergiamo, nella testa dell’uomo.
Buio.
L’uomo ha chiuso gli occhi dopo aver messo la seconda lente, sentiamo il suo respiro in quella frazione di secondo in cui il suo corpo si adatta a quel dolore leggero. Poi dal buio entra la luce dai suoi occhi, come un aurora del mattino. In quella frazione, in quel raggio verde al contrario, ci appare qualcos’altro: delle altre ombre, proiettate su quel prato istantaneo che svanirà appena il sole sarà sorto.
Come degli alberi in una foresta, 6 sagome si stagliano, forme diverse, alcune sedute su ceppi d’albero, altre, alte che sembrano guardarci. Non riusciamo a distinguere nulla se non il loro profilo, perché un attimo dopo, quando gli occhi si aprono, veniamo catapultati fuori da quel cervello.
Storditi non possiamo far altro che riabituarci alla luce e guardare davanti a noi, uno specchio…
…ed il viso di quell’uomo.

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