Io sono, tu 6: Episodio Due – Il Contatto


…ed il viso di quell’uomo.
In un silenzio profondo, senza stanchezza, lo vediamo uscire dalla stanza e noi, punto di vista, lo seguiamo. La sua schiena nuda rivela un tatuaggio, una cicatrice del suo presente, un messaggio scolpito. Il nostro occhio è rapito da quelle lettere incastonate tra le ombre che la luce crea sui muscoli delle sue spalle e ci avviciniamo, frementi. Ma proprio quando stiamo per toccare la pelle, veniamo interrotti da un colore rosso che ricopre il tatuaggio. Una serie di fiori bianchi, i cui steli si intrecciano su quel fondo carminio, ci impedisce di sentire il calore che quelle parole inchiostrate potrebbero darci e, un po’ delusi, ci allontaniamo. L’uomo sta indossando una camicia proprio di quel colore così estroverso e noi, che gli siamo dietro, sbirciamo su un lato, fino a scoprire un pezzo del suo profilo. L’angolo sinistro della sua bocca si muove verso di noi, tracciando una piccola ruga di espressione sulla guancia che stiamo vedendo, come se sapesse che siamo li, nella sua camera da letto.
L’osservatore osservato.
Questa sensazione di disagio ci fa sentire nudi in sua presenza e, in un impeto di timidezza, chiniamo la visuale come in segno di riverenza verso questa sua abilità, o potere. Legno, legno scuro di parquet fa da sfondo all’immagine che stiamo vedendo ora, statico. L’elemento dinamico della scena entra in gioco quando lacci bianchi invadono questa calma, sottili fili che si muovono all’impazzata e poi, le sue mani, che ripristinano e domano quelle creature così animate. Il movimento ormai imparato decenni fa, lega quei lacci, che si vanno ad adagiare correttamente su un paio di Converse All-Star nere, consumate.
anche loro ne hanno passate tante.
Non apre bocca, non fa rumore, quasi non respira, eppure siamo incuriositi continuamente, quasi rapiti dalla sua gestualità. Un’ultima occhiata allo specchio ed è pronto per uscire. I suoi occhi verdi guardano l’immagine riflessa, le sue labbra, dopo un tempo eterno si schiudono e per la prima volta sentiamo un suono, il suo suono: “Io sono”. E’ un saluto rivolto alla persona riflessa, è un augurio per una buona giornata, è un risveglio di quella voce che fino a quel momento era sopita, racchiusa tra le corde vocali. L’uomo prende le chiavi di casa, apre la maniglia ed esce. Storditi dalla profondità delle parole, ci siamo persi l’uscita di scena dell’uomo, perché siamo stati rapiti da un fatto sorprendente, surreale: l’immagine riflessa dell’uomo è ancora li, con gli stessi occhi verdi, con la stessa camicia hawaiana, con lo stesso angolo della bocca sorridente. Indugiamo ancora, poi tentiamo di avvicinarci alla superficie dello specchio, sperando di passarci attraverso. La corsa è rapida, piena di fervore, piena di dubbi che incrinano la realtà; ad un millimetro dal vetro, scopriamo la nostra materialità, non siamo più un punto di vista, incorporeo, in questo momento siamo fatti di carne, ma è troppo tardi per realizzarlo. Sbattendo sullo specchio udiamo un altro suono, profondo come la voce dell’uomo provienente dall’immagine persistente “Tu, 6”. BUIO

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