Archive for dicembre, 2011

ore 2:50…51…52…53

…e quel desiderio di autodistruzione completa, di essere posseduto dalle note potenti di una traccia ruvida e aggressiva come obZen. Voglia di essere colpito, fulminato, preso a pugni in faccia. La sensazione di sentir ogni singola goccia di sangue percorrere l’autostrada delle proprie vene, sentirla viva e pulsante mentre transita a gran velocità e tu sei li, a cavalcare ogni istante, con ogni cellula. Sentire le ombre delle vene sulla pelle, la tensione dei muscoli, la fottuta sostanza della nostra carne. Impatto. La domanda appena smontato dall’auto con una nebbia fitta che ironicamente mi cela la porta di casa è “davvero posso amare?”. Una domanda inusuale in un momento di pura ira metallica, tanto che sembro un giornalista che intervista me stesso. Mi perdo in quella cadenza sincopata della batteria, vibro ad ogni nota greve del basso e vado oltre…e sorrido…fottutamente…sorrido

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H

Questo è un racconto scritto da me nella pausa dello spettacolo “Plagio” del Teatro a Molla del 17/12/2011 a Padova. (Mi scuso preventivamente con l’eventuale barbarie alla Consecutio temporum, ma spero si capisca che è tutto di getto).
Gli spunti sono stati:
– Una svolta positiva
– Le alte aspettative
– Amore d’inerzia
– Imposizioni
– Buona Educazione
– Consapevolezza

“H” di Alessandro Corrà
Giro, giro, giro… è tutto quello che so fare.
Sono piccolo, di piccola taglia, di piccola massa ed è una vita che cerco un posto.
Quando ero più piccino c’era mio padre che mi ripeteva costantemente “impara la buona educazione e vedrai quanti legami avrai”… era un brav’uomo mio padre. Io ho sempre cercato di mettere in pratica quel che mi aveva insegnato, ma non ci riuscivo, mi impegnavo, ma fallivo. Sono stato per lungo tempo da solo a girare…e giro, giro, giro.
Il mio amico Elio ha la vita più facile, lui è già perfetto da solo, così com’è. E’ sicuro di sé…mentre io, io ho sempre avuto questo bisogno sfrenato di poter legare con qualcuno, qualcuno che potessi amare…e diventare qualcuno, volevo poter dire, quando saremmo stati tutti seduti alla tavola, che ero diventato qualcuno, il numero uno! Le aspettative erano alte, ne sono consapevole, ma vedete, una cosa che non ho mai messo da parte è la mia costanza.
Da quando lavoro in questa azienda, non faccio altro che girare…e giro, giro, giro.
Ruota tutto intorno a lui, il mio capo, così baldanzoso…lui sta fermo, con tutto il suo peso e noi ruotiamo intorno a lui…ma che dico noi…io, ruoto. “Ehi, tu! Fammi un caffè!” “Ehi, tu! Portami la sedia!” “Ehi, tu! Passami la gazzetta!”…centinaia di richieste e imposizioni, ordini che io non posso eseguire e per questo vengo insultato…ma io so solo girare…e giro, giro, giro.
Nel mio vagabondare in questa monotona vita e con questo monotono lavoro, un giorno trovai qualcuno che mi assomigliava, un altro come me, un altro essere in questo universo che si sentiva solo e per questo non faceva altro che girare…e gira, gira, gira.
“…ciao!” la prima mossa lo colse di sorpresa.
“…eh…ciao!” mi rispose con un certo stupore nel vedermi uguale a lui.
“…senti, ti va di essere il mio migliore amico?” era una domanda retorica, sapevo che lo saremmo diventati immediatamente.
“…SI'” l’energia di quella sillaba si insinuò alla velocità della luce e il suono mi colpì così come il significato materico del suo abbraccio. Insieme non ci interessava più nulla ormai, potevamo andare ovunque, e viaggiamo insieme, senza accelerare, come se ci fossimo sempre conosciuti. Il nostro era un amore d’inerzia, uno di quelli difficili da frenare, che continua sempre con la stessa intensità.
E fummo uno. e girammo, girammo, girammo…noi, due elettroni contro il mondo.

Io sono, tu 6: Episodio Quattro – La Danzatrice

E poi lo troviamo quel colore. Ma qualcosa è diverso. E’ un fiore bianco tra dei capelli rossi.
In mezzo a quella città monocromatica, c’è una bambina, da sola. La freschezza di quell’immagine ci attira verso di lei. Sta danzando su una qualche remota melodia e la realtà impressionante di quei movimenti ci danno l’impressione che la musica esista, sia tangibile. Gli occhi della bambina luccicano come se stessero sempre sul momento di far uscire lacrime di gioia, mentre guarda quella che è per noi vento, che le cinge la vita e le si intreccia sulla mano, portandola in questo ballo sublime. Questa serie di azioni sono scollegate dallo spazio e dal tempo, la bambina ed il suo partner etereo potrebbero essere ovunque e in qualunque momento e non cambierebbe nulla, lei è concentrata su di lui e lui vive per lei. Nel nostro tentativo di avvicinarci, invisibili chimere osservatrici, ci sentiamo bene in questa situazione, senza il bisogno di inquinare la scena, ma semplicemente ricevendola e sentendola anche un po’ nostra. I capelli rossi della danzatrice fluttuano nell’aria, la nostra mano inconsapevolmente è già li, con le dita a pettinare, a soffiare delicatamente su quella criniera che volteggia. “Cosa stai facendo?” chiede improvvisamente la bambina, con un tono tra l’incuriosito ed il divertito. Noi non riusciamo a rispondere, siamo invisibili per molti, ma per questa bambina no e quando tentiamo anche solo di aprire la bocca, non esce nulla se non il respiro. “Io mi chiamo 五年” prosegue senza fermarsi “mi piace come mi tocchi i capelli, continua per favore”. Il suono di quel nome è oscuro a noi, ma allo stesso tempo così sereno e profondo, rispecchia la calma e la tranquillità con cui la bambina parla e danza allo stesso tempo, in pace. Così ci uniamo alla danza ed assumiamo piano piano la posizione del vento, diventiamo il suo partner ed in silenzio sentiamo la musica. “Lo sai, mi piace danzare sul prato” nelle sue parole c’è tanta attenzione ai singoli suoni e tanta immaginazione in quel mondo così grigio e pieno di cemento. Ma guardando istintivamente per terra, scopriamo che il prato c’è veramente, l’ha creato lei. “Questo l’ho preso qui” dice la bambina indicando in una giravolta il fiore bianco che le cinge i capelli, e notiamo effettivamente che mentre lo dice, piccole macchie candide si formano qua e la sulla piccola collinetta dove ci troviamo. Non ci sono più grattacieli severi, ne persone grigie, solo una grande collina che dialoga con un cielo azzurro e, rivolgendo lo sguardo in alto, vediamo un grande sole benevolo. “Devo andare Tu, ci vediamo dopo” chiniamo il capo per salutare la bambina, vogliamo stringerla, vogliamo farla rimanere, ma lei è già scomparsa e non ci rimane che pensare al perché ci abbia chiamato con quello strano nome. Stesi sul prato, con le mani dietro la testa ad osservare il sole benevolo, che brilla.
Il sonno sopraggiunge, delicato.

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