Lo Sgurz, ovvero un esercizio di autostima


18 Parole a caso da 18 persone speciali, ritrovatele.

…sudore, calore.
Sentiva addosso la pesantezza, la fatica, il calore di un termosifone. Era solo una metafora di come stava sul serio, aveva la febbre. Ormai non beveva nemmeno un goccio d’acqua, dopo che successe quel che successe.
Antonio se ne stava disteso in camera sua, guardava il soffitto e contemporaneamente guardava le stelle, o meglio, la stella. Aveva in testa ancora quella bicicletta rossa, quelle coscie nude avvolte dalle calze bianche, sotto a quel gonnellino tartan, candida come la neve. Era nei suoi pensieri, quella ragazza così simile ai suoi sogni a fumetti preferiti. Il non aver colto l’occasione, il non averla fermata per parlarle gli fece venire le vertigini. Aveva perso. L’aveva persa…o forse no.
Prese un respiro bello grande, riempiendosi i polmoni e sentendo vibrare dal dolore il suo diaframma. Tossì, tossì forte e prese il volante della sua vita.
Si risveglio ancora a terra, ma non più sul suo letto memory foam in lattice da 500 euro, bensì si sveglio su un letto di radici, in mezzo all’acqua sporca, erano mangrovie. Cosa diavolo era successo? si chiese, dove era finito il suo orologio antiorario da parete e la scrivania con il portapenne di Mutley… Si rese conto di essere in mezzo al mare, su un piccolo, minuscolo appezzamento di terra messo li da qualche pittore celeste a cui avanzava colore sulla tavolozza. Era una striscia, una pennellata di marrone e ora c’era anche un puntino viola, il colore della camicia che Antonio comprò quel giorno ormai lontano, quella in seta che indossò per ricevere il suo primo grande due di picche e che ora indossa solo il casa, perché è comoda, o forse perché si sente più sicuro quando la indossa. Bianco. BAU! BAU! un cane bianco fece capolino tra le radici. Antonio lo guardò e si chiese se fosse finito sull’isola di lost, vista la strana reminescenza che quel verso gli fece ricordare. Il cane teneva in bocca un pesce, ancora vivo, appena pescato, si dibatteva tra le fauci del mastino ma non era ferito, sembrava felice. La bestia passo vicino allo stupito Antonio, con passo fiero, si avvicino alle onde che bagnavano leggermente i piedi del nostro ragazzo e lasciò andare il pesce, che con un paio di salti salutò e si avviò in alto mare. Il cane girò lo sguardo e parlò…sì, parlò: “Lo Sgurz…tu, Antonio, possiedi lo sgurz…urz…urz…” sfumò tutto in un eco statico e Antonio svenne ancora.
Sole, un sole cocente, un sole che illumina le palpebre e ti si mostra come un rosso intenso, anche quando chiudi gli occhi… e noi siamo li, sotto gli occhi di Antonio. Attraverso le palpebre questo rosso intenso per un attimo diventa nero ed il cambiamento fa sbarrare gli occhi al nostro protagonista. C’è un’aquila che copre il sole e volteggia, manovra tipica degli avvoltoi, ma il fatto che sia un’aquila ad attuarla da uno strano senso di protezione, un caldo avvolgente a spirale, come la planata dello stesso uccello. Sempre più stranito e immobile Antonio è costretto a concentrarsi sui suoi sensi per percepire cosa gli sta attorno e richiude gli occhi. Piano piano sente sulla punta dell’anulare un brivido, leggerissimo, quasi impercettibile, ma in costante aumento. Diventa un tocco, come se uno scarafaggio stesse usando il suo braccio per la corsa campestre, ma punge. E’ troppo regolare per essere un animale. In realtà è qualcosa di più duro, più tagliente, è una lancia. La lancia di un aborigeno. Riapre gli occhi, Antonio, guardandolo da una posizione di netta inferiorità, non si muove. Lo fissa, ride, isterico verso quella faccia rugosa e scura, verso quel corpo ricoperto di tatuaggi tribali. Uno assomiglia ad una pantegana. Per questo ride irrispettoso. L’aborigeno lo guarda, inerme e sorridere, mostrando una falce bianca che farebbe invidia allo Stregatto, poi la lingua rosa si fa strada tra i bianchi destrieri, schiude la bocca e intona: “Esatto, continua così”. Buio.
Si sveglia ridendo ancora, Antonio, immerso nel sudore del sogno/incubo, felicemente febbricitante. Pensa con se stesso, pensa a se stesso, pensa alla bicicletta, ai dettagli e si ricorda. Si ricorda che sulla borsa di quella venere c’era il simbolo della sua facoltà, quello pomposo con radici intrecciate, ed una persona con l’aureola e i baffi e pensa. “Cavolo! Domani prendo la mia fida Panda e vado in facoltà, voglio conoscerla, voglio avere la fortuna di conoscerla!”

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1 commento »

  1. Negative Capability Said:

    Sei fortunato… 18 persone speciali sono tante 🙂


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