Connessioni


Questo è un racconto scritto da me nella pausa dello spettacolo “Plagio” del Teatro a Molla del 24/2/2012 a Bologna. (Mi scuso preventivamente con l’eventuale barbarie alla Consecutio temporum, ma spero si capisca che è tutto di getto).
Gli spunti sono stati:
– Descrivere un ritratto
– Un amore finito male
– Riuscire ad imparare una cosa nella vita
– Un gelataio che lavora sui treni
– Un animale guida
– Una fattoria inglese

“CONNESSIONI” di Alessandro Corrà
Oro nero. Sì, un’altra, un’altra pinta per favore, fece con il capo senza emettere suono. Quelle dita consumate si allargavano, callose, verso il boccale, il suo boccale personalizzato. Non ne aveva uno perché era un cliente speciale, ma era il suo ed era talmente di casa perché se l’era portato con se da dove veniva. Che poi quel pub sembrava effettivamente la sua casa.
Nessuno sapeva da dove provenisse, se da qualche ponte dove vivono i barboni, dove potevi immaginarti il suo piccolo castello di cartone, oppure se veniva da un pianeta lontano e sconosciuto e, approdato in Scozia, aveva usato le sue minute conoscenze per indossare quel kilt e quel basco scoordinato.
La pinta di birra si muoveva sapendo benissimo il suo destino attraverso le fauci, la gola e lo stomaco di quell’uomo che assomigliava ad una montagna, seduto sullo sgabello laterale. Aveva con se un cane, un bastardo spelacchiato che vi faceva pensare al suo bazzicare nei bassifondi di Edimburgo ed aveva una valigetta di legno scuro, un rettangolo nodoso in cui leggevi tutta la vita dell’albero che una volta si ergeva, tra mille, su quelle colline delle campagne inglesi.
Dentro la scatola, colori. Tubetti, boccette, scatoline, un milione di contenitori diversi, con scritte in tutte le lingue del mondo: dal rosa pesco giapponese raccolto nelle sottili foglie macerate in una bustina, al nero di seppia che odorava del caldo Mediterraneo, dalla clorofilla preziosa ed in via d’estinzione dell’Amazzonia, all’ocra intenso di un tubetto scritto in francese, pieno di ghirigori. Quando la montagna faceva scattare le molle dei fermi d’ottone che racchiudevano l’arcobaleno, il cane drizzava le orecchie, inclinava la testolina un attimo e aspettava. La callosa mano sinistra passava in rassegna i colori, uno per uno, con la calma di chi ha fiducia. Al momento giusto, il cane annuiva guardando la montagna negli occhi e quello era il segnale giusto per cominciare a dipingere.
Intinse le dita in un marrone, un color terra che conteneva il duro lavoro dei campi, e appoggiò la mano sul tovagliolo; fece una striscia, tozza come le sue dita e quando levò il suo pennello, sotto apparve una scritta: Longdales. Intinse il dito ancora e tracciò altre curve per delineare un volto. Ad ogni pennellata comparivano parole: “sudore” sulla fronte, “fatica” sulle guance, “paura” definì le palpebre. Cambiò colore, usò del verde dei prati per i capelli, radi, descritti dalle parole “vecchiaia”, “stanchezza”, “speranza”. Il cane guidava la scelta dei colori ed insieme, come per magia, delinearono un volto. La mano arrivò a del nero, si infilò impastando e muovendosi sinuosa come la spatola di un sapiente gelataio in quella montagnola di carbone come se stesse alimentando il treno della sua creatività. Disegnò così una striscia liquida che partiva dagli occhi e rigava lo zigomo destro di quella persona, una sola parola descriveva quella lacrima: “Catherine”. La mano prese infine del rosso sangue, molto intenso, segno distintivo dell’ultimo tratto da eseguire e incise le labbra: “Benny”. Il capolavoro di cromia su quel supporto così spartano conteneva un volto di un anziano, cicciottello e affaticato da anni di lavoro.
Il barman stava pulendo un altro boccale, quando notò quel disegno e riconobbe quella persona. “Ehi, cerchi il vecchio Ben? Lo trovi alla fattoria di Longdales, se è ancora vivo. Devi prendere il treno per Londra e fermarti quando non vedi più case, ma solo nebbia.” Come faceva un barista di Edimburgo a conoscere quel fattore inglese ce lo chiediamo tutti.
Capitava che Carl, il barista, percorresse sempre quella tratta con sua sorella e che una volta il treno esaurì il carbone e si fermò in mezzo al nulla. E li conobbe Benny, disperso a cento miglia dalla civiltà, con i suoi animali ed i suoi campi. Divennero amici parlando della vita ed il barista apprezzava stupito la grande intelligenza di quell’uomo. La sorella era incantata dalle parole del fattore, il quale si innamorò degli occhi con i quali lei lo guardava. Ma la generazione di differenza non fece mai cominciare quell’amore. A malincuore, Carl e la sorella decisero di interrompere quel rapporto e tornarono alle proprie vite.
Era una storia triste che il barista aveva appena rivissuto attraverso il dipinto sul tovagliolo. “Grazie” fece Carl. La montagna prese il disegno e lo infilò nella valigetta dalla quale estrasse una tela, già dipinta, con un altro volto sulle cui labbra, in rosso, era dipinta una parola: “Carl”. La mano porse il dipinto al barista e la montagna si alzò, andandosene: “Grazie a te, porterò i tuoi saluti” e sparì dietro la porta vetrata del pub.
Così faceva, la montagna assieme al suo cane, girava il mondo, pittore errante. Creava dipinti di persone, descriveva ritratti, creava collegamenti. Forse era davvero un alieno capitato sulla terra per imparare una cosa nella sua vita: Essere umano.

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2 commenti »

  1. francesca Said:

    beh… ma è bello, proprio bello qsto racconto.
    Mi piace lo svolazzare di colori e nomi che crea tutta quell’attesa; mi piace il flashback amoroso – quasi zuccheroso se non fosse riscattato dall’istantaneità dell’evento – e poi mi piace la chiusa finale, con quella licenza sintattica, per cui il normale binomio ESSERE UMANO, che di solito è trattato come un sostantivo unico rimanda alla sua natura di infinito/aggettivo
    (licenza sintattica, perchè ovviamente sarebbe corretto dire ‘a essere umano’, dal momento che ‘essere umano’ dipende dal verbo ‘imparare’ che regge la preposizione ‘a’ se è seguito da un infinito – imparare a leggere, a nuotare, a parlare, ecc)
    Ma chi ti ha fornito gli stimoli?

    • Un’agenda, una penna ed un pelino di tempo libero tra primo e secondo tempo dello spettacolo 🙂


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