Archive for breinstorming

Salve, tristo mietitore

spendere gli ultimi secondi della vita ad assaporare il gusto della verità e apprezzare il dolce rito che la sublime falce compie attraversandoti il corpo e prendendoti l’anima…

Crawling or Calling?

C’è uno specchio in fondo al lago nero, è ricolmo di pensieri che non riesci a decifrare nel mare profondo e scuro. La cornice ti invita ad avvicinarti, come farebbe una meretrice mostrandoti la sua mercanzia; racchiude quella superficie liscia che ti mette a nudo, ma che sporcata, ti deforma, ti insulta, ti deframmenta. Se ci fosse una lanterna potresti aiutare la visuale, ma quella non c’è, devi illuminarla a parole, scrivere, agire, creare per poter rivedere la tua immagine riflessa. L’indecisione si fa strada dal cervello, attraverso il costato, risale il braccio fino alla punta delle dita, con una magnitudo tale da farti vibrare, risuonare, flettere.

E ti tuffi.

L’onestà è una follia che manda in rovina quelli per cui lavora

tempo libero per pensare, tempo libero per agire…son davanti al pc, qui nel laboratorio dei perditempo a digitare musicalmente i tasti neri di questo pianoforte segnati da lettere…musica cerco di produrre ma quello che esce è solamente il sapore della mia anima…

Sono un alfiere, come Iago…quel pezzo degli scacchi che sfonda le difese di lato, non direttamente come la torre, ma ugualmente letale… il portabandiera di un modo di pensare libero e privo di fondamenti, se non quello etico e del linguaggio…ricevo l’energia dei vostri insulti e li trasformo in qualcosa che può essere forma d’arte, incamero ciò che siete e ve lo ributto in faccia senza pretese di ascolto…

Mi capita spesso di andare a letto e prima di abbandonarmi al sogno, immagino il pezzo del giorno dopo e sembra bellissimo, ma puntualmente la mattina lo dimentico, lasciando questo spazio molto più spontaneo e di getto… l’arroganza che regna sovrana nello sputare sentenze senza conoscere non è da me, e non ho l’insistenza di pensare che le mie parole siano oro colato…ma sono pur sempre parole con un significato, apparente e profondo allo stesso tempo…

immagino i tuoi occhi, freddi ed impassibili che mi guardano, dopo che ti ho rivelato qualcosa di me che in facciata nascondevo…il mio sguardo è di sfida e di curiosità, ma la magneticità mi respinge e mi attrae e io, come su un altalena, voglio che tu mi spinga più forte, perché solo così potrò ammirare il cielo sempre più blu, che si avvicina fino ad invadermi…ma è solo immagine, la verità sta nel contenuto e nella sostanza, pallida possibilità

associazione (a delinquere) di parole [Breinstorming Namber FAIV]

siamo come dei rinoceronti grigi, che abbrustoliscono sotto il caldo sole cocente come dei pannelli solari che producono tutta l’energia di cui ha bisogno la fattoria del povero coccodrillo, colui il quale, per poter curare il suo bel campo di zucche di halloween ha deciso di costruire uno spaventapasseri a sette braccia, un pò piovra ed un pò candelabro. Ma nulla di tutto ciò fu utile per contrastare la venuta dell’africano della foresta, con la sua motosega spaziale a tre velocità: veloce, velocissima e velocerrima, quest’ultima usata per sezionare pareti di velcro ipersottili con un semplice click sul display di comando. Un solitario vagabondo osserva la scena, sul limitar del mondo, con in bocca l’ultimo pezzo del gianduia, il suo unico pasto da mesi, e, vedendo l’ira rovinosa dell’africano che si scaglia contro il docile coccodrillo, decide di suonare la sua fisarmonica magica, donata da uno sciamano mongolo che si rivelò come un suo antenato venuto dall’oltralpe. Una luce gialla abbagliante risplendette dal petto del coccodrillo, il suo antico talismano stava rispondendo al richiamo della fisarmonica, che suonava accompagnata da un ritmo silenzioso ma battente come di una pinzatrice. Il bagliore fu talmente accecante che l’africano commosso urlò dal dolore, contorcendosi in uno spasmo di gioia, in un orgasmo di rassegnazione. Dopo qualche ora, dell’africano non restavano che briciole portate via dal venticello che soffiava su quel campo o mangiate dai corvi, ormai abituati al tentacolare guardiano di quel luogo. Il buon coccodrillo seduto sulla sedia in vimini corse in preda al panico dal suo vecchio compagno di bevute, il vagabondo, e lo abbracciò con foga, per festeggiare il pericolo appena scampato. Il vagabondo però pianse come solo lui, e ovviamente non il coccodrillo, poteva fare, e rivelò al suo caro amico di essere incappato nello spartitraffico della ragione, in fondo, come uno sparviero

chiudiamo con i breinstorming vecchi…

Eccoci alla fine del primo ciclo di Breinstorming, scritti nel 2007 in un periodo difficile della mia vita… vedremo se ne scriverò altri in futuro o se cambierò genere 🙂

Breinstormin namber for – 16 ottobre 2007 – 12:43 (mentre ci spiegano Loos)

Sui pittori guardinghi incaricati di tagliare il nasello blu del dolore

Rieccomi qua a sparare sulla croce rossa delle cazzate perché non posso farne a meno, oppure ameno, che non mi ricordo neanche più cosa vuol dire in questo ambiente cronico ionico, con elementi barocchi tardo preistorici, dediti al vetro panino opaco incastonato di ciccioli. Il lucchetto dei desideri tenta di forzare l’interno della caserma sentimentalista mentre la luce soffusa dei tuoi occhi tenta di illuminare i boccoli dell’inarruggibilità strutturale, sotto un grande telaio tessuto da tanti tuorli di Trussardi che non fanno passi indietro, ma procedono con costanza, la fidanzata di Atos, quella vacca maledetta che prova ancora a trattare come uno straccio. Il rivestimento dell’anima è metallico e scuro, impenetrabile come una difesa arroccata ma lunga, che non si può effettuare se si hanno caratteristiche di attacco e difesa sufficienti e necessarie agli imperatori francescani che giocano una quaterna del diavolo al lotto, e logicamente non riescono a vincere uno  staffilococco che è ancora capace di influenzare le sorti di intere nazioni. L’armadio della fantasia riesce ancora a deturpare i pittori guardinghi incaricati di tagliare il nasello blu del dolore. Il negozio salubre in riva al lago della bilancia, con quattro capricorni che cercano i liocorni, che giustamente sono a far l’amore con la figlia del dottore e le civette guardano. Perché se fosse vero che le maschere fregia teda sfregi neorealisti, che sono quelle maschere che non svolgono la loro funzione di y, ma si limitano ad espletare semplicemente la variabile in x. La complessità del dardo avvelenato che mi viene imparato a schivare per non finire al creatore di Matrix, quello che praticamente fa la guardia giurata con una serie infinita di schermi a milioni di pollici verdi. L’esasperazione viennese rimane scevra e scabra nei riguardi del movimento della testa che interseca le nuvole spaziali con le varie superfici cilindriche della bella scrittura che possiede chi solo può aspirare a diventare un leader, anche maximo.  E questa specie di Saint-Onorè che mi si propina di divorare grazie alla pendenza dell’orologio netturbino, quello che ha talmente tante valvole d sfogo da permettersi di pregiudicare l’andamento di un seggio elettorale che è stato preventivamente giudicato colpevole di omicidio prete di chiesa. La cantante rauca appoggia le formelle sulla sabbia per farci tanti bei pannelli di controllo, costruibili grazie alle istruzioni d’uso relative alla scatola di montaggio recuperata alla sede centrale, ma anche periferica dell’IKEA, quella grande compagnia telefonica eseguita all’epoca del riformismo velato, sempre coperto da ghiandole sublimali reticenti. Il grandioso metanodotto cinese della provincia di Bangkok sta per essere costruito con una bella torretta in centro, a segnalare la presenta di un pezzo importante della scacchiera sadisticamente iperattiva di parole senza emozioni di un’intera generazione di pasta a dadini. E l’utente telefonico squilla rovente di desideri danteschi, come le farfalle che tentano di penetrare attraverso imbuti alati, saputelli allo scalpitio della ghianda purificata da ustioni di grado infinitesimo, poiché come tutti conoscono, la schiera delle rette diafane eleganti, non fa altro che dominare la scena del sapore fatto con amore sulle more. La faccia della faccia sulla faccia da focaccia che ti ritrovi non ti servirà a salvarti dai guai mattutini sgradevoli al senso di ragno tattile, mentre il serpente riuscirà con caparbietà e maestria a destreggiarsi nel dedalo di ipocrisia congenita di cui questa nazione ne fa padrone. Se poi ci fosse uno schiavo del cotone che coltiva illegalmente rabarbaro selvatico, non ci sarebbe nulla da ridire sul suo comportamento asintotico paraboloideo, ma piuttosto ci si preoccuperebbe dell’andamento borsistico dello schieramento d’opposizione netta ed indefinita, nonché sarebbe salutare ostacolare con bastoni i poveri ciechi che ormai non trovano nient’altro per le strade che un mucchio di volenterosi arbitri di una gara di limbo incrociato ad una piccola riproposizione della palla tra due fuochi, in versione yoga si intende, ovvero quella sponsorizzata dalla nota marca di succhi cosmetici al diabete, come la pillola del giorno dopo, che produce enfisemi sub-durali, carpacei e contratti in una sorta di spaccamento interiore del corpo contundente, dente del giudizio astrale poeticamente corretto e colletto delle camicie. Non so più che dire, ma dicendolo non faccio altro che dire altre cose, allungando questa pagina che sembra non finire mai, in un turbinio inconsulto di catene di San Gerolamo delle esplosioni, quello col carapace rinforzato alla vitamina G, che stimola anche l’attività sessuologica. Ma poi mi chiesi se fosse possibile continuare a rovinarsi la vita su queste cose, poi realizzai che queste cose non fanno altro che migliorare la vita e non rovinarla, una sorta di catarsi metodologica da sfruttare nel momento del bisogno come depauperante e purificante della materia celebrale, detta grigia, che così assumerà un colore più simile al bianco, oppure può coesistere il caso fortuito di copresenza di tutti i colori dello spettro del castello dei fantasmi, quello con la torre alta, in via Ranzani, posseduto da quel tale che derivò tutto dal suo stesso testamento biologico e digitale allo stesso tempo, ovvero firmato col sangue dell’alluce sinistro, anche se era mancino. STOPPE

la creatura sta crescendo… delirante

Breinstormin namber fri – 28 luglio 2007 – 18:18 (treno x Rimini)

Sui rinoceronti privi di doppio mentolo, le sigarette più inquinanti dell’umanità

Eccomi dal treno dell’armonia a scrivere di cose pazze dette sottovoce all’amico del destino con cui ti sei appena salutato ma non per meno di uno starnuto, con i pezzetti dell’anguria ancora incastrati nella serratura magnetica del cervello che non scorge neanche in lontananza la stella polare un po’ troppo alta per i miei gusti. Yeah, fanno le mie cuffie mentre ascolto un po’ di buona musica positiva per una serata rilassante in quel della riviera romagnola, mentre tutto scorre, catturato da una sottile voglia di prendersela col fenicottero che ti ha rubato la catena della bicicletta che avevi parcheggiato anche bene, li vicino all’aorta del dolore. Potresti dare il meglio, dice la canzone che entra nelle mie orecchie col suono gentile come fece una madre diabetica quando eseguì la sinfonia urlante degli orrori, impastata da una sapiente collaborazione straniera della simbologia vudù, con bamboline spaziali che non fanno altro che lamentarsi del caldo assiderante che vi è in questa zona in questo periodo ciclico, anzi sinusoidale. E mentre faccio blec aut su tutto ciò che mi attanaglia l’anima, voglio esorcizzare tutto il male cattivo che mi perseguita su questo schermo cinematografò, diretto in faccia come una panna montante, salutare ed iperproteica, che aguzza la vista su spiedini amari, mentre nessuno riesce a carpire il vero significato di aver un qualcuno, anche se è brutto sapere che non ti ama. E’ inutile andare a cercare saputelli che non fanno altro che toglierti dal piedistallo di nuvole che ti meriti come ogni essere umano per viaggiare in altre galassie spirituali, anzi, ti fregano il posto a volte e questa rivalità indotta sancisce la differenza dell’uomo a non restare in una comunità globale senza avere sete di prevalenza, che non è quella ragazza di nome Vincenza che abita in quella bella porzione ispiratrice di quadri, ma anche di cuori e fiori, ma non di picche. Che poi, le picche, cosa sono? Le armi? Allora sarebbe l’unico e vero seme del male e quindi lo scritto del poeta di cui non mi viene il nome sarebbe un manuale del poker vecchio stile, quando si puntavano schiavi ed altri suppellettili, almeno è così che venivano considerati. Frustrazioni assolutamente sotto lo zero che considerate senza scuse non hanno possibilità di sorbire l’inutilità statistica creata dalla sottomissione del pelato occidentale, che non fa altro che sezionare corpi alla facoltà di non rispondere a domande da milioni di sberle, metà di dritto e metà di rovescio della medaglia che vincerai se riuscirai a schivarle tutte con il solo uso dei muscoli facciali. Il movimento costante che mi si genera nelle dita, manda in trans la mia spiritualità combinata diavoleria machiavellica, forse è l’unico e proprio momento della mia carriera sulla terra in cui la scrittura è veloce tanto quanto il pensiero. Il sudore che mi crea questo status è come quando si esce da un buon allenamento: la stanchezza generata dagli esercizi viene ripagata alla vista delle divise bagnate, segnale del lavoro duro svolto, della fatica ricompensata in aumento di bravura, in un nuovo massimo della barra dell’energia, che aiuterà l’individuo a districarsi nei problemi più difficili; così questa specie rara di esercizio credo sia finalizzata ad alzare la qualità del mio pensiero, che come tutti è enorme all’interno della giornata, addirittura per noi maschi ogni minuto viene fatto un pensiero sul sesso. E comunque questa preparazione serve ad incanalare le idee superficiali in un qualcosa di costruttivo, semplicemente non le butto via, perché comunque credo che un qualsiasi pensiero nostro contenga sempre qualche spunto interessante, per questo ho deciso di scriverle e rileggerle sotto un’altra ottica a posteriori, non col culo, ma naturalmente con una mente che ormai ha altre cose per la testa e magari trovarci cose interessanti. Mi sa che questa volta non credo di risultare troppo pazzo come negli altri due, forse la creatura sta crescendo man mano che scrive, e il suo intento di riordinare la testa sta avendo successo, sempre nel rispetto delle regole demografiche sottoposte ad ingenti correnti fluviali sempre più forti man mano che ci si avvicina alla riva del paradiso, lo zucchero a velo presente sulla luna rossa non fa altro che peggiorare la situazione socio-politica dell’africa sud-occidentale, che teoricamente non esiste neanche essendo il continente che assomiglia ad un rinoceronte privo di doppio mentolo, le sigarette più inquinanti dell’umanità, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, noto che chiudere gli occhi aiuta a sparare più numeri, infatti basti pensare alle estrazioni del lotto attuate da giovani fanciulli sfruttati dalle multinazionali dei surgelati poco sur e molto gelati. E come non parlare nel crescendo del tema di 300 della gioia creata dal vedere un amico sciogliersi alla tua vista, letteralmente perché il caldo estremo non può annusarci nel crescendo dell’aritmetica salutare finchè un giorno un paio di bellissimi piedi furono in grado di risanare ferite ormai insanabili dalla medicina convenzionale,, il riflesso del rubicone, nell’irridescenza calda dello scaldino visuale tormentata dai frammenti, scivolata alla gattuso nella  spiaggia di sabbia di dune, mentre il frontale della 600 non può far altro che resistere alla tormenta scatenata dalla leggera brezza marina militare, incantata dalla polvere di stelle sapientemente riciclata da qualcuno. STOPPE

a gran richiesta delirante delle fan che si strappano i capelli (stirati)…

Breinstormin namber ciù – 23 luglio 2007 – 1:39

Sui ventilatori dell’anima che aguzzano la vista su praterie remote controllate da troll dai piedi belli

Salute! Direbbe l’italiano ignorante la lingua anglosassone, che poi: chiamavano la Sassonia così perché? Per i sassi? Per il sesso? O per il sassofono? Ovviamente per la terza opzione, chi non conosce gli abili sassofoniai di Sassonia, parola impronunciabile, infatti l’ho appena inventata in questo secondo breinstorming senza regole, ma anche senza regoli, così sarà difficile perfino contare fino a 100. Ma pensa te se i nostri cari progenitori romani e arabi avessero avuto gli zoccoli al posto delle dita, ora dovremmo contare in linguaggio binario e lo zero avrebbe veramente un altro significato in meglio, infatti sarebbe metà delle cifre esistenti, sfatando il detto piuttosto che niente, meglio piuttosto. Ma, uffi, oggi con sta robba sto seguendo troppo un filo logico, andiamo in overflow di idee e spariamoci la mazurca dorata a palla! Il mago Zurli un giorno mi chiese se Mrs Piggy era libera di uscire dalle grinfie del toporagno spaziale dei miei stivali, ma io risposi “La cacca” che è la classica risposta che si usa quando si vuole far smettere di parlare l’altro interlocutore, che non è un appassionato retorico della squadra campione d’Italia. Il word di vista si offende se scrivi Italia senza maiuscola, è capace di tenerti il broncio fino allo svenimento del sistema operativo, con i circuiti stampanti lexus, che non a pensarci non è pure una marca di automobili? Bah, un po’ come la Virgin, che manca solo che faccia la carta vetrata da culo con il suo logo. Uffo, torniamo al delirio cronico: sbattere la testata nucleare contro il muro di Berlino forse non era la più meglio cosa da farsi, ma spero che Einstein abbia capito di essere su Candid Camera e faceva la linguaccia a quel furbacchiotto di Ciccio Valenti, ma invece il vape, il sapiente poeta delle zanzare, subì uno stupro conciso e silenzioso in una biblioteca saturnina, con il naso avvolto in una garza in kevlar, sapientemente puntinata da lustrini in stile Cocò Channel, anzi Gogò Channel, che attivo la televisione incorporata nell’ispettore gadget, abile detective sbarazzino con una voce buffissima per i nostri amici appassionati a casa. Tutti in piedi sul divano! C’è un topo nella sala operatoria del geco bicromatico amor ematico substrato esoso della muffa blu che cresce accanto ai porcini della mela fatata saltata in padella con del burro pre fuso in salmì tagliato a dadi, ma quelli a venti facce alla D&D, ovvero alla Dolce & Dolce, nuova ditta di quando il pelatone dei due capii di amare solo se stesso medesimo sottoscrittore di seconda CECCHI cateGORIa alla tartara, sempre a pensare al cibo in questo momento saliente un po’ agrodolce della mia vita, infatti la vita  comincia a ribollire nella sua fame, come i ventilatori dell’anima che aguzzano la vista su praterie remote controllate da troll dai piedi belli, capaci di salti mortali perfetti, con una piccola sbavatura nel finale che però condiziona la prestazione definitiva di almeno 15 punti su 10, portando la squadra giamaicana a perdere sonoramente la disfida di Barletta, accompagnata dalla sottile sfoglia della seduzione arancione. Sempre a riguardo, avete mai pensato a quando fu inventato il cavatappi? Mi immagino il paladino tutto bardato che utilizza parte della sua armatura per vincere contro una buona bottiglia di Champagne per festeggiare la vittoria sugli unni in casa per 74 a 58 ai supplementari, con canestro in vimini di Sendo allo scadere dell’ora d’aria delle prigioni reali, che poi esistono anche le prigioni fantastiche? Mah. Comunque il solito casotto giornaliero della salute mentale che comincia a bacillare, forse sto prendendo l’influenza schizoide del terzo tipo, diligentemente mantecata con del burro servito su un piatto di taglio, attraverso un muro di cemento spesso 2 centimetri, che sarebbe credo impossibile fare, o comunque utile solo perché alla fine puoi dire: uhm, ho costruito un muro di cemento spesso 2 centimetri! Subito dopo ti verrà voglia di scagliarti incontro perforandolo da cima a fondo valle verde, saluta il capo mastro idiota d’un doppiogiochista, non capisci che la morte non va in vacanza perché non esiste la crema abbronzante adatta a lei, che non può neanche toccare il cielo con due dita altrimenti gli cade addosso. Dai, un ultimo sforzo protettivo che devo terminate la pagina deontologicamente approvata clinicamente testata giornalistica, sabbiosa e pelosa, ritrosa scontrosa e osa quella che posa, seduta perduta in muta mentre cambia pelle ed atteggiamento, nonché portamento, ora cammina una volta si ed una no, tanto per fare moda cruda invecchiata di 24 mesi, che poi son 2 anni ma fa più figo dirlo nell’altro modo la moda. E se penso a montagne di umani sopravvissute ad inondazioni veneziane sforacchiate da albumi critici deambulanti volani volanti su volanti voltati a destra senza mettere la radio freccia nella direzione desiderata, fra 50 metri svoltare a dritto, lo so è impossibile, ma il navigatore lo può dire se ne ha voglia oppure se è in sciopero per il carovita, che poi se la vita è cara c’è gene che si suicida, ma a quella gente non era più cara la vita. In mezzo a questi paradossi allo stato brado di riso canuto, semplicemente parole non a caso inserite in un contesto fortuito fortunato congeniale al fine di liberare la mente, non da catene, ma solo lasciarla libera di agire, non avere drenaggi vari che bloccano le cose per fattori che riassumiamo nell’etica. STOPPE

partiamo con il primo delirio

ok, questo è il mio primo “breinstorming”, un pezzo scritto di getto con la tecnica del flusso di coscienza… si chiama “UAN” ed è il primo di una serie che ho realizzato un pò di tempo fa… così per dar sfogo a quello che avevo in testa, diciamo che questo è un assaggio di quello che potrete trovare qui e non solo… sembra di no, ma tutto ciò riletto dopo due anni ha senso, è tanto…

Breinstormin namber uan – 22 giugno 2007 – ore 23:04

Sui gabbiani stitici appena usciti da una cura dimagrante a suon di basket e bombe a mano

Eh, così parte il primo brainstorming, cazzo, non pensavo le cipolle potessero avere le gambe intinte nel burro di arachidi con la ciliegina sulla tuta dell’uomo ragno che fa un pompino ad un cammello mentre il pallone aerostatico dei miei stivali cerca di investire il gatto spelacchiato della zia lercia dello zio Sam che dice “Ehila, sono il zio Sam!” sbagliando allegramente la grammatica del periodo settecentesco con un pizzico di gusto retrò unito ad una assurda passione neoclassica argentina, quasi come quel tango a Parigi dell’ultimo secolo decimo nono, capace di immortalare superbe creature deodoranti sudore, che solevano combattere con i gladiatori venusiani provenienti da un altro buco dell’ozono che sta venendo inculato dal razzo sovietico lanciato dalla stazionale Mir ormai decaduta in disgrazia, come fece Will di Will e Grace quando ci provo con lo stesso Jack. E come non parlare di quel periodo storico politico del saluto romanico, imbevuto di alcol e caffè al sapore di candeggina col Bonf che non teneva su la tazzina, rimembrando giochi spastici da fare alle corse di Super Mario, che non è un idraulico, ma bensì un benzinaio baffuto ormai relegato in una cittadina del goriziano chiamata Capriva, anzi a dir la verità, dovrebbe trovarsi a San Lorenzo, ma poco ci manca, quasi abbastanza di quando rischiai di diventare padre, un po’ troppo giovane per i miei gusti, proprio non mi ci vedevo a essere chiamato babbo, neanche a Natale, e poi la barba bianca non mi sta neanche bene, col piffero suonato dagli allegri aiutanti che non sono tutti cloni del cane dei Simpson, ma anzi degli skateboard verdi a strisce a pois che sputano vermi purificanti in grafo di stendere una vacca in calore capace di produrre una moltitudine di latte bigusto, come le Big Babol, che quasi confondevo il loro nome con le Alpenliebe, utile soprannome che utilizzano i genovesi della torta di riso per definire i cugini d’oltralpe, molto d’oltralpe a dire il vero. E se poi mi vengono in mente altri ricordi, il computer che fa a gara con la lavastoviglie a chi fa più casino, io con un caldo boia ed il raffreddore, che neanche un Efferalgan sa bloccare in pieno Giugno, alla tivvù stanno dando l’esperimento, una simpatica commedia tedesca su degli idioti che per sfuggire alla disoccupazione si fanno rinchiudere in una finta prigione, che baucchi! Anzi che babbuini, come disse Gatsu a Behold nel secondo pei per viu targato very viulenza entertainment, ma passiamo a cose più sclerotiche croniche apostoliche. Se fossi un sasso è stata un’esperienza quasi come questa, semplice e macchinosa farraginosa, un po’ come quei legumi barbuti che giocano a guardie e ladri mentre le epoche di Chrono Trigger passano le ore a cercare di capire come sconfiggere Magus, e il tutto viene bloccato da una merda di bug, come quello di Gothic, che deve solo morire il creatore idiota, seriamente credo che senza mutande, e non senza mutante come vogliono i cattivi degli X-men, sarebbe decisamente un mondo piatto migliore, con topografi astrali che dipingono rotte con i teodoliti della morte, mercenari siberiani che sabotano stazioni dei treni magnetici, supervisori al traffico con i quali vedere spazi siderali, signori agenti di custodia che spacciano occhiali sui cateteri del nonno ubriaco. E assolutamente necessario che la savana esploda in un turbine di nefandezze cosmiche condite con del buon aceto di limoni estratto direttamente dalle cave di Moria da dei nanetti con i piedoni talmente grandi che funzionano come Ercolino sempre in piedi, solo che sono più duri e fanno uno strano rumore quando li picchi, picchiarello potrebbe anche spazientirsi a sentire tutto questo baccano della malora sempre disposto a pagare un riscatto per un tassista assiomatico della Orange County, incapace di intendere e di involvere in situazioni pericolose con gabbiani stitici appena usciti da una cura dimagrante a suon di basket e bombe a mano, servite su di un piatto di taglio sul gambo del sedano della principessa sul pisello della guardia giurata. E l’uno a zero rimediato dai carcerati cerebrolesi colpiti da un edema polmonare in piena stagione delle piogge, che si sa è il periodo dell’anno dove ai conigli gli si ritirano le palle degli occhi, un po’ come accade quando vieni placcato alla finale del SuperBowl quando ti vola via il casco di banane sul pubblico a casa, spettatore ignaro del tuo declino sportivo e professionale, sempre pronto a pompare nel caso fossi stracotto da una giornata di nebbia, impazzito nel tuo bel letto freddo, inumidito dalla maionese scaduta che ti sveglierà la mattina presto in mezzo a crampi di gioioso dolore sprezzante e sprizzante di felini che perdono il pelo ma non il vizio del gioco del 77 barrato come sul referendum della pazzia caducea sempre senza ritegno per il fucile mitragliatore del prossimo cosmo poeta del solstizio di Urano, con Luna Rossa che orza in continuazione al 3 della bandierina rossa, che fa scattare il campione dei 100 metri che corre sapientemente solo con l’uso del gomito sinistro, naturalmente spiaccicato completamente di cocaina coltivata al centro della terra, da trivelle viventi, combinati tecno tensioriali dell’industria farmaceutica, umiliati da estintori termoidraulici sempre intenti a combinarne di tutti i colori, ma tra tutti il verde ed il giallo, così, tanto per rompere i coglioni di Mao. Stoppe.

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