Archive for deliri caparbiamente dedicati

Briciola

Il problema di stare dentro la sua corazza è provare a muoversi. Puoi essere il più piccolo degli esseri viventi, ma se sei fatto di materia, appena ti agiti rischi di graffiare, scalfire l’anima della persona che tanto coraggiosamente ti ha lasciato entrare, corpo estraneo. Rischia tutto, diventa energia, sublima in calore per evitare l’attrito delle tue particelle, accarezzala con un soffio e dille che l’ami, che l’avvolgerai e sarai tu stesso la corazza che una volta, con te, vestiva.

Kebab

Questo è un racconto scritto da me nella pausa dello spettacolo “Plagio” del Teatro a Molla del 13/4/2012 a Bologna.
Gli spunti sono stati:
– Una signora anziana bigotta
– Ne ho sentito parlare tanto tanto tempo fa
– Un ristorante arabo
– Un ricordo di famiglia
– Una scelta oculata
– Il fantasma rivelatore di una bambina

“Kebab” di Alessandro Corrà

I ciottoli, minuziosamente posizionati in quel mosaico sorprendente rivelavano la straordinaria maestria dell’artigiano cortonese.
Straordinaria maestria che veniva ora maledetta dai tacchi 14 della signora Malatesta. Vedete, lei era una che ci teneva all’immagine, ma se si parlava di religione o di un qualsiasi argomento anche solo lontanamente inerente alla sfera, soprattutto sessuale, era la bigotta per antonomasia, sapeva riempirti di detti popolari antichissimi, derivati da un albero genealogico fiorentino e fiorente di grandi pensatori, o meglio, di raccontatori. Si, perché nonostante siano stati eseguiti oculati studi sulla discendenza, l’origine di quei proverbi apparentemente privi di significato con cui la signora Malatesta si infarciva la bocca era ignota.
Una cosa non era ignota alla signora Malatesta ed era diventata la motivazione unica del suo viaggio in quella Cortona che era sta di suo nonno, e suo nonno prima di lui. Passo dopo passo, i rintocchi asincroni risuonavano su per via Nazionale fino a piazzetta del Comune, dove un enorme totem a forma di fetta d’anguria, rimasta li ancora dalla festa del paese, dava un tocco giovanile, una piccola fetta di vita in un centro che in un qualsiasi altro borgo sarebbe morto. Ma quel tocco di colore ravvivava la piazza e i giovani si radunavano nei caldi pomeriggi autunnali a pranzare con i kebab succulenti di Fathi.
Succulenti per gli studenti, maleodoranti per la signora Malatesta che reputava l’olezzo l’ultimo ostacolo di quella che, per colpa della calzatura ardita, era diventata una crociata e lei il templare in missione. Il resto dell’ “armatura” consisteva in un elegante tailleur color corallo che conteneva (e conservava) il corpicino dell’anziana signora, invecchiata molto di meno nel fisico che nel modo di ragionare. In fondo, la signora Malatesta era vecchia dentro, falsamente saggia, educatrice di una prole che mai ebbe, perché nessuno volle avere lei come moglie.
Respirò profondamente. Cipolla. Bussò. Poi aprì la porta senza aspettare il consenso, sgarbatamente. La contrapposizione vi fa capire il clima: i tacchi scadenzati e nervosi con il rumore sordo delle nocche sullo stipite, il suono frenetico dei ninnoli agganciati al rosario di famiglia con la melodia tintinnante ma accogliente che scatura ogni volta che veniva aperta la porta da un nuovo cliente.
“Desidera?”, una voce dal forte e mellifluo accento arabo dimostrava il calore del viso del portatore di quella voce. “Il titolare.” in italiano perfetto, ma freddo come il sovrabbondante ghiaccio di uno Jagermeister servito male. “Sono io, Fathi.” fece la stessa voce, umile cuoco cinto da un dignitoso grembiule, sporco selvaggio agli occhi appannati della signora Malatesta.
Correva voce nel paese che il ristorante arabo, che come una manna dal cielo era arrivato ad allietare le bocche affamate dei giovani, fosse stato acquistato ad un’asta indetta per spartire i beni dell’architetto Roberto Malatesta. Sì. Malatesta. Il nonno. E la signora Malatesta, la nipote, era scesa dalla sua dimora milanese per reclamarne la proprietà. Fatto sta che se le voce fossero state vere, lei non aveva più nessun diritto di possesso, ne di una singola piastrella, ne del dipinto del nonno ora coperto da tappeti orientali, nemmeno del gatto del nonno, che ormai aveva fatto amicizia con la moglie di Fathi, ma soprattutto con le sue polpette speziate.
“Lei sa chi è costui?” fece la signora aggrappandosi, strappando un bellissimo motivo a rombi ed esponendo il ricordo di famiglia. “Questo è mio nonno e voi non avete diritto di stare qui, questa casa è della mia famiglia!” E Fathi, con la sua straordinaria flemma, stava per spiegare tutto iniziando da un “Questa è casa nostra, della nostra famiglia.” quando si sente una terza voce, “E’ casa nostraaaaa!” ……un fantasma. Il gelo. Solo le bolle dell’olio che friggono ci trattengono nella realtà. Una bimba con i capelli color dell’oro svolazza per il ristorante dentro un vestitino bianco, un lenzuolo piccino che la fa sembrare leggera, incorporea. La signora Malatesta la guarda con profonda nostalgia e si tocca i capelli, di un oro ora molto sbiadito. Infatti, l’apparizione è la parte della signora che un giorno morì dentro di lei, trasformandola in quella macchina senza cuore che tutti conoscevano. Solo pochi ragazzi, quelli che non vollero poi prenderla in sposa, avevano sentito parlare tanto tanto tempo fa di una bambina dolce e gentile con la strana passione per la cucina esotica, cosa che la legava strettamente al nonno.
E infatti, il ristorante era una scelta oculata del nonno nell’eredità e non un caso fortuito.
Le voci corrono… ma spesso sbagliano.
“Con o senza cipolla?” fece Fathi.
“……con, grazie” rispose la signora Malatesta.

Altrove.

Questo è un racconto scritto da me nella pausa dello spettacolo “Plagio” del Teatro a Molla del 30/3/2012 a Bologna. (Mi scuso preventivamente con l’eventuale barbarie alla Consecutio temporum, ma spero si capisca che è tutto di getto).
Gli spunti sono stati:
– Tematiche serie in modo leggero
– Una bella sorpresa
– Protagonista che non si vede fino alla fine
– Un girovago
– Personaggio che si autocita
– Avere qualcos’altro da fare

“ALTROVE” di Alessandro Corrà

Altrove.
A sottolineare la passione in quel racconto c’erano le sue mani, rosso scuro e piacevolmente rotonde che danzavano nell’aria disegnando punti di vista, lande lontane, profumi esotici. Gli occhi dello sciamano si perdevano in quelle piccole nuvole di fumo che gli uscivano dalle labbra, un brucaliffo moderno e antico insieme.
“Così è sparito, il pellegrino”, gocce salate si formavano intorno ai suoi occhi. In così poco tempo il pellegrino era diventato suo fratello in quei ricordi, una persona, un totem. Il pellegrino giunse alla riserva a piedi, la stanchezza tra le rughe sparì quando vide quella bolla: un’enorme cupola di vetro con all’interno tende variopinte. Si appoggiò alla campana, sentendo il calore accumulato lasciarlo e inondare la lastra trasparente. Svenne. Si risvegliò in quello che poi divenne il suo sogno: cibo, acqua, ma soprattutto amici.
“Ok, non mi interessano i dettagli del suo arrivo, com’era fatto, questo pellegrino?” chiese il giornalista spazientito perché questa era solo una delle innumerevoli tappe della sua intervista alla ricerca di quell’uomo che inseguiva.
Lo sciamano riprese il suo racconto fatto di sensazioni e profumi, ma mai un’immagine definita, forse per la vecchiaia non ricordava quel volto o forse voleva proteggerlo dall’uomo venuto dalla grande città.

Altrove.
“Lei saprà delle mie numerose esperienze con gente del suo calibro, ne ho viste di tutti i colori e quando voglio un’informazione riesco SEMPRE ad averla” disse il giornalista. Teneva i pugni serrati, lo sguardo torvo e minaccioso su quell’ometto che sedeva sui gradini di una chiesa di paese. L’ometto vestiva abiti sgargianti e lisi, guardava il giornalista, impaurito: “No capire sua lingua, signore” faceva in realtà lo gnorri.

Altrove.
Fa freddo, le informazioni del giornalista l’hanno fatto approdare su quella piramide innevata, una imponente struttura dove lui pensa di trovare le risposte. Bussa. Gli apre un monaco sorridente e lo fa entrare. Il sorriso è carico di consapevolezza su chi fosse il nuovo arrivato. Lo accompagnano dal maestro del tempio. E’ una statua, corpo perfetto, granitico, antico. Gli occhi della statua guardano il giornalista, lo penetrano, e dalle sue labbra si dipanano le parole:

“So che stai cercando… pellegrino”

Quei tre puntini di sospensione, quell’attimo di pausa in cui il maestro respirò fu fondamentale per il giornalista che capì tutto…TUTTO.
Era lui il gitano errante che aveva cercato di seguire per tutta la vita, provando ad intervistarlo, era lui il protagonista della storia ma non se ne era mai accorto.
Bella sorpresa. Altrove.

Connessioni

Questo è un racconto scritto da me nella pausa dello spettacolo “Plagio” del Teatro a Molla del 24/2/2012 a Bologna. (Mi scuso preventivamente con l’eventuale barbarie alla Consecutio temporum, ma spero si capisca che è tutto di getto).
Gli spunti sono stati:
– Descrivere un ritratto
– Un amore finito male
– Riuscire ad imparare una cosa nella vita
– Un gelataio che lavora sui treni
– Un animale guida
– Una fattoria inglese

“CONNESSIONI” di Alessandro Corrà
Oro nero. Sì, un’altra, un’altra pinta per favore, fece con il capo senza emettere suono. Quelle dita consumate si allargavano, callose, verso il boccale, il suo boccale personalizzato. Non ne aveva uno perché era un cliente speciale, ma era il suo ed era talmente di casa perché se l’era portato con se da dove veniva. Che poi quel pub sembrava effettivamente la sua casa.
Nessuno sapeva da dove provenisse, se da qualche ponte dove vivono i barboni, dove potevi immaginarti il suo piccolo castello di cartone, oppure se veniva da un pianeta lontano e sconosciuto e, approdato in Scozia, aveva usato le sue minute conoscenze per indossare quel kilt e quel basco scoordinato.
La pinta di birra si muoveva sapendo benissimo il suo destino attraverso le fauci, la gola e lo stomaco di quell’uomo che assomigliava ad una montagna, seduto sullo sgabello laterale. Aveva con se un cane, un bastardo spelacchiato che vi faceva pensare al suo bazzicare nei bassifondi di Edimburgo ed aveva una valigetta di legno scuro, un rettangolo nodoso in cui leggevi tutta la vita dell’albero che una volta si ergeva, tra mille, su quelle colline delle campagne inglesi.
Dentro la scatola, colori. Tubetti, boccette, scatoline, un milione di contenitori diversi, con scritte in tutte le lingue del mondo: dal rosa pesco giapponese raccolto nelle sottili foglie macerate in una bustina, al nero di seppia che odorava del caldo Mediterraneo, dalla clorofilla preziosa ed in via d’estinzione dell’Amazzonia, all’ocra intenso di un tubetto scritto in francese, pieno di ghirigori. Quando la montagna faceva scattare le molle dei fermi d’ottone che racchiudevano l’arcobaleno, il cane drizzava le orecchie, inclinava la testolina un attimo e aspettava. La callosa mano sinistra passava in rassegna i colori, uno per uno, con la calma di chi ha fiducia. Al momento giusto, il cane annuiva guardando la montagna negli occhi e quello era il segnale giusto per cominciare a dipingere.
Intinse le dita in un marrone, un color terra che conteneva il duro lavoro dei campi, e appoggiò la mano sul tovagliolo; fece una striscia, tozza come le sue dita e quando levò il suo pennello, sotto apparve una scritta: Longdales. Intinse il dito ancora e tracciò altre curve per delineare un volto. Ad ogni pennellata comparivano parole: “sudore” sulla fronte, “fatica” sulle guance, “paura” definì le palpebre. Cambiò colore, usò del verde dei prati per i capelli, radi, descritti dalle parole “vecchiaia”, “stanchezza”, “speranza”. Il cane guidava la scelta dei colori ed insieme, come per magia, delinearono un volto. La mano arrivò a del nero, si infilò impastando e muovendosi sinuosa come la spatola di un sapiente gelataio in quella montagnola di carbone come se stesse alimentando il treno della sua creatività. Disegnò così una striscia liquida che partiva dagli occhi e rigava lo zigomo destro di quella persona, una sola parola descriveva quella lacrima: “Catherine”. La mano prese infine del rosso sangue, molto intenso, segno distintivo dell’ultimo tratto da eseguire e incise le labbra: “Benny”. Il capolavoro di cromia su quel supporto così spartano conteneva un volto di un anziano, cicciottello e affaticato da anni di lavoro.
Il barman stava pulendo un altro boccale, quando notò quel disegno e riconobbe quella persona. “Ehi, cerchi il vecchio Ben? Lo trovi alla fattoria di Longdales, se è ancora vivo. Devi prendere il treno per Londra e fermarti quando non vedi più case, ma solo nebbia.” Come faceva un barista di Edimburgo a conoscere quel fattore inglese ce lo chiediamo tutti.
Capitava che Carl, il barista, percorresse sempre quella tratta con sua sorella e che una volta il treno esaurì il carbone e si fermò in mezzo al nulla. E li conobbe Benny, disperso a cento miglia dalla civiltà, con i suoi animali ed i suoi campi. Divennero amici parlando della vita ed il barista apprezzava stupito la grande intelligenza di quell’uomo. La sorella era incantata dalle parole del fattore, il quale si innamorò degli occhi con i quali lei lo guardava. Ma la generazione di differenza non fece mai cominciare quell’amore. A malincuore, Carl e la sorella decisero di interrompere quel rapporto e tornarono alle proprie vite.
Era una storia triste che il barista aveva appena rivissuto attraverso il dipinto sul tovagliolo. “Grazie” fece Carl. La montagna prese il disegno e lo infilò nella valigetta dalla quale estrasse una tela, già dipinta, con un altro volto sulle cui labbra, in rosso, era dipinta una parola: “Carl”. La mano porse il dipinto al barista e la montagna si alzò, andandosene: “Grazie a te, porterò i tuoi saluti” e sparì dietro la porta vetrata del pub.
Così faceva, la montagna assieme al suo cane, girava il mondo, pittore errante. Creava dipinti di persone, descriveva ritratti, creava collegamenti. Forse era davvero un alieno capitato sulla terra per imparare una cosa nella sua vita: Essere umano.

Lo Sgurz, ovvero un esercizio di autostima

18 Parole a caso da 18 persone speciali, ritrovatele.

…sudore, calore.
Sentiva addosso la pesantezza, la fatica, il calore di un termosifone. Era solo una metafora di come stava sul serio, aveva la febbre. Ormai non beveva nemmeno un goccio d’acqua, dopo che successe quel che successe.
Antonio se ne stava disteso in camera sua, guardava il soffitto e contemporaneamente guardava le stelle, o meglio, la stella. Aveva in testa ancora quella bicicletta rossa, quelle coscie nude avvolte dalle calze bianche, sotto a quel gonnellino tartan, candida come la neve. Era nei suoi pensieri, quella ragazza così simile ai suoi sogni a fumetti preferiti. Il non aver colto l’occasione, il non averla fermata per parlarle gli fece venire le vertigini. Aveva perso. L’aveva persa…o forse no.
Prese un respiro bello grande, riempiendosi i polmoni e sentendo vibrare dal dolore il suo diaframma. Tossì, tossì forte e prese il volante della sua vita.
Si risveglio ancora a terra, ma non più sul suo letto memory foam in lattice da 500 euro, bensì si sveglio su un letto di radici, in mezzo all’acqua sporca, erano mangrovie. Cosa diavolo era successo? si chiese, dove era finito il suo orologio antiorario da parete e la scrivania con il portapenne di Mutley… Si rese conto di essere in mezzo al mare, su un piccolo, minuscolo appezzamento di terra messo li da qualche pittore celeste a cui avanzava colore sulla tavolozza. Era una striscia, una pennellata di marrone e ora c’era anche un puntino viola, il colore della camicia che Antonio comprò quel giorno ormai lontano, quella in seta che indossò per ricevere il suo primo grande due di picche e che ora indossa solo il casa, perché è comoda, o forse perché si sente più sicuro quando la indossa. Bianco. BAU! BAU! un cane bianco fece capolino tra le radici. Antonio lo guardò e si chiese se fosse finito sull’isola di lost, vista la strana reminescenza che quel verso gli fece ricordare. Il cane teneva in bocca un pesce, ancora vivo, appena pescato, si dibatteva tra le fauci del mastino ma non era ferito, sembrava felice. La bestia passo vicino allo stupito Antonio, con passo fiero, si avvicino alle onde che bagnavano leggermente i piedi del nostro ragazzo e lasciò andare il pesce, che con un paio di salti salutò e si avviò in alto mare. Il cane girò lo sguardo e parlò…sì, parlò: “Lo Sgurz…tu, Antonio, possiedi lo sgurz…urz…urz…” sfumò tutto in un eco statico e Antonio svenne ancora.
Sole, un sole cocente, un sole che illumina le palpebre e ti si mostra come un rosso intenso, anche quando chiudi gli occhi… e noi siamo li, sotto gli occhi di Antonio. Attraverso le palpebre questo rosso intenso per un attimo diventa nero ed il cambiamento fa sbarrare gli occhi al nostro protagonista. C’è un’aquila che copre il sole e volteggia, manovra tipica degli avvoltoi, ma il fatto che sia un’aquila ad attuarla da uno strano senso di protezione, un caldo avvolgente a spirale, come la planata dello stesso uccello. Sempre più stranito e immobile Antonio è costretto a concentrarsi sui suoi sensi per percepire cosa gli sta attorno e richiude gli occhi. Piano piano sente sulla punta dell’anulare un brivido, leggerissimo, quasi impercettibile, ma in costante aumento. Diventa un tocco, come se uno scarafaggio stesse usando il suo braccio per la corsa campestre, ma punge. E’ troppo regolare per essere un animale. In realtà è qualcosa di più duro, più tagliente, è una lancia. La lancia di un aborigeno. Riapre gli occhi, Antonio, guardandolo da una posizione di netta inferiorità, non si muove. Lo fissa, ride, isterico verso quella faccia rugosa e scura, verso quel corpo ricoperto di tatuaggi tribali. Uno assomiglia ad una pantegana. Per questo ride irrispettoso. L’aborigeno lo guarda, inerme e sorridere, mostrando una falce bianca che farebbe invidia allo Stregatto, poi la lingua rosa si fa strada tra i bianchi destrieri, schiude la bocca e intona: “Esatto, continua così”. Buio.
Si sveglia ridendo ancora, Antonio, immerso nel sudore del sogno/incubo, felicemente febbricitante. Pensa con se stesso, pensa a se stesso, pensa alla bicicletta, ai dettagli e si ricorda. Si ricorda che sulla borsa di quella venere c’era il simbolo della sua facoltà, quello pomposo con radici intrecciate, ed una persona con l’aureola e i baffi e pensa. “Cavolo! Domani prendo la mia fida Panda e vado in facoltà, voglio conoscerla, voglio avere la fortuna di conoscerla!”

Fatica

La goccia di sudore che si sveglia, ingrassa e con il suo peso comincia ad incidere la pelle. Una pelle scura e infarinata che al passaggio di quella goccia viene solcata e mostra il colore denso, gli anni accumulati nelle vene. La coesione delle singole particelle è l’espressione della determinazione del lavoratore, il suo sacrificio si traduce in tensione… È tutto così naturale.

Il fabbricante di sogni

“tieni, è tuo…”
“mio? ma io non posso… non dovevi… lo sai che non sono in grado di mantenerlo…”
“…ma questo è speciale, sono anni che ci lavoro.”
“anni? chissà quanti progetti che ci avrai fatto sopra? tu sei bravo a disegnare!”
“progetti? è questo il bello: è speciale perché è venuto fuori così…”
“come viene viene?”
“come viene viene”
“…”
“…”

…a chi mi ha fatto tornare la voglia di scrivere

Immaginario

Il bambino era li, sul foglio bianco.
Non aveva ancora braccia, nè gambe, ma aveva occhi, due begli occhi verdi, profondi e tondi, che si era disegnato tutto da solo e di cui andava fiero. Guardava attorno quel bianco infinito e ruvido e sii senti solo; così decise di usare l’azzurro e disegnò una linea sul bordo del mondo, il suo cielo, e lo scrutò: era troppo simile ad un mare così prese il giallo e disegnò un tondo, l’unica figura in quel momento simile ai suoi occhi e ci si riscaldò; il tepore gli diede un po’ di quiete e sciolse un po’ il pastello color dei prati di cui era composto il suo essere.
Il prato venne subito dopo, in contrapposizione al cielo, in un abbraccio, anche questo simbolo della sua voglia di abbracciare, di non restare solo.
Il bambino voleva toccare, voleva sperimentare il mondo che aveva appena rappresentato, così con dei piccoli tratti, fece le proprie mani, affusolate, lunghe ed un pochino storte, non era così bravo in effetti, ma la voglia c’era.

Toccò la terra, toccò il cielo, abbracciò il sole. E piano piano i suoi colori presero forma, miscelati dal calore del sole che aveva creato, forgiati nel suo amore. Non fu più solo.

Colpo di testa

L’uomosparviero dondolava sulla sedia, come per gioco, un gioco pericoloso, sfidando la gravità… Contendeva quell’equilibrio al suo respiro, al battito del suo cuore, che lo faceva vacillare, in quel movimento sublime. Con l’indice ed il pollice della mano tracciava simboli arcani ed indecifrabili sulla sua fronte, disegnando una qualche remota formula magica per farsi passare l’emicrania che l’aveva colpito, rendendo tutto ovattato e rimbombante… Le rughe che cominciavano a formarsi sul suo volto gioivano nella contrazione dei suoi muscoli, sprizzavano e si inebriavano delle piccole gocce di sudore e lacrime che le lambivano… In quel corpo provato, miliardi di pensieri correvano all’impazzata inquinando l’autostrada delle sue sinapsi, insinuandosi nella più piccola forma di gelosia, stimolandola… era un circolo vizioso che andava bloccato sul nascere, ora.

Così l’uomosparviero scelse lo spigolo più acuto della porta e vi si getto con il volto che pareva rilassato, affogato nell’adrenalina del momento. Il colpo non ci fu, si fermo di istinto ad un millimetro dallo schizzo di sangue, ma il suo spirito per inerzia continuò la sua corsa, sbattè violentemente e cadde a terra, esanime. L’uomosparviero guardò quel buffo individuo disteso e ricoperto del suo stesso sangue, lo fissò con un leggero compiacimento nel coraggio e nella stupidità di quel gesto di cui lui era stato l’artefice… guardò il suo spirito e lo aiutò ad alzarsi dicendo: “la prossima volta, parliamone con calma”

Semplice come un “ehi”

C’è un cavalletto sullo scoglio, il mare sbuffa e qualche ondata lambisce il quadro, una tela tutta da dipingere.
C’è un libro le cui pagine sono ancora tutte bianche, l’inchiostro della penna lo stiamo appena riempiendo.

Ma in fin dei conti sono solo piccole metafore queste, nulla tra noi è così statico come la bellezza di un quadro e nemmeno compiuto come un finale avvincente di un libro… è molto di più…

…un continuo divenire

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