Archive for deliri notturni sindacali

Impeto

La notte era una cornice cupa e avvolgente ed il suo buio gli stava entrando nelle ossa. Il suo respiro caldo e regolare veniva messo in risalto dal freddo penetrante dell’aria, che trasformava ogni emissione in una nube imprevedibile che usciva dalla sua bocca, leggermente socchiusa, quasi a generare il mistero tra le sue labbra. Dentro, la lingua premeva leggermente sul retro dei due incisivi superiori, in una posizione che per lui era naturale e accogliente; così accogliente che le palpebre se ne stavano pigramente appoggiate a celare gli occhi con le pupille rivolte in alto, in un espressione di estasi che nessuno poteva vedere, ma che lui sapeva ed esprimeva. Se ne stava li, vestito di solamente di pantaloni e carne, immobile statua in piena meditazione. Poteva essere un semplice involucro che era stato svuotato dell’anima se non fosse stato per il respiro visibile. Se una qualche macchina avesse potuto indagare la sua energia, avrebbe potuto notare una piccolissima sfera metallica scura all’altezza del baricentro la quale, analizzata più profondamente, avrebbe rivelato un movimento rotatorio che l’oggetto aveva assunto. Nulla scalfiva quella persona, immersa in un mondo fuori da questo, dove le leggi fisiche si piegano in ginocchio davanti a chissà quale altra regola e dove tutto sembra fermo e contemporaneamente infinitamente veloce.

Il Signor Impeto aprì gli occhi…

Pepsi o Coca?

A volte mi fermo a guardare le persone sentendomi molto estraneo. Noto una meccanica tipica e conformistica chiamata “schierarsi”, ma che viene sempre fraintesa. Prendo come esempio veloce la politica ma solo per ragionare su un concetto. Destra e Sinistra fondamentalmente (e non mi riferisco a politica attuale, ne faccio populismi) propongono due soluzioni diverse alla gestione della cosa pubblica: da una parte si privilegiano le imprese rispetto ai lavoratori, dall’altra il contrario, e così via in tutti gli aspetti della vita sociale.
E fin qui ci siamo, qui schierarsi vuol dire scegliere quale di queste due proposte rispecchia il proprio volere, è una scelta tra bianco e nero.
Ma torniamo al mio ragionamento.
La meccanica dello schierarsi la vedo spessissimo risolversi con uno scontro, non con un dialogo. Il punto focale è perché non è una scelta tra bianco e nero, ma semplicemente una scelta dettata dal gusto.
Gli esempi sono molti:
Pepsi o Coca? Domanda che mi sono fatto proprio mentre stavo per entrare in casa stasera. La risposta è che comunque sono due buone bevande, non è che una è orribile e l’altra è buonissima. Sono la stessa cosa, cambia leggermente la sfumatura ed il gusto, ma si tratta sempre di una bevanda frizzante al gusto di cola…
Milan o Inter? Sono due squadre di calcio, non è che hanno politiche diverse o approcci diversi al mondo del calcio, sono sempre aziende che hanno soldi e comprano giocatori, spesso anche scambiandoseli…
PC o Mac? E’ sempre un computer, un calcolatore, schierarsi è inutile perché sappiamo benissimo che alcune cose le fa meglio uno e altre le fa meglio l’altro…
potrei andare avanti all’infinito, ma vorrei che magari voi commentaste dandomi i vostri esempi di scelta-nonscelta.

Io penso che in questi casi, la verità stia letteralmente nel mezzo.

Aritmia

All’età di un anno e mezzo me la son vista brutta: il mio corpicino che si stava formando stava più o meno come della nitroglicerina fremente di divampare fuori da una botte di legno scuro. Le convulsioni mi segnarono facendo venire i capelli bianchi alla mamma. Quello che mi rimane da quell’esperienza oggi viene definita in due maniere diametralmente opposte: la prima è terribile al suono, non voluta, scomoda e debilitante, “malformazione”. La seconda è più soave e solleticante e leggera come un “soffio”. Al cuore. E da allora il mio battito è in controtempo, decide il mio incedere in questa mia vita evolvendo costantemente. Non sai cosa farà e tra quanto batterà di nuovo, ma questa imprevedibilità e il suo fascino, la musica che ti sorprende, lui arriva e a modo tutto suo ti incanta. Ed è il mio battito cardiaco. Per-suonare. Personale. Persona-Ale.

Apparente trasparente

Acqua. La superficie ferma, immobile, bianca come nebbia, divide il liquido dall’aria quasi impercettibilmente, ma in modo netto. Su questa perfezione omogenea affiorano le nocche di una mano, le dita affusolate tagliano quella nebbia lasciando una silhouette trasparente, disegnando turbolenze che si compenetrano e poi si dissolvono. Quella vasca, una porcellana fina, senza spigoli, piazzata all’interno del bagno, occupa arrogantemente lo spazio fregandosene del resto del mobilio razionalmente disposto. I pensieri dell’uomo si riversano in quel recipiente dove spazio e tempo si deformano e tutto ciò che rimane è pura calma. Egli conosce bene quanto è stata accogliente e sicura quell’acqua, il liquido amniotico dove una volta rinacque, ma sa ormai che è tempo di uscire, mettersi a disagio, ma prendere una posizione. Il limbo per lui, finisce qui.

L’essentiel est invisible pour les yeux

Vedete, io sono uno di quelli che batte contro la propria natura egocentrica fino a rendersi utopico.
E con questo non voglio dire che rinnego il nostro essere individualisti, la società ce lo insegna, o meglio, ce lo impone. Ma qualcuno un giorno disse “in media stat virtus” o qualcosa del genere, mai stato bravo in latino (che poi sono un geometra) e il mio ragionamento lo potete leggermente prevedere da questa frase famosa, ma non si ispira ad essa. Si ispira per lo più a cose che ho visto con i miei occhi nella mia vita. Siete mai stati poveri? pensateci bene, cosa vuol dire questa parola. Se parliamo di soldi, beh, anch’io lo sono stato, o meglio, mi ci son sentito. Poi ti capita di conoscere una famiglia di 8 persone che vive in un garage e vedi i loro sorrisi e hai voglia di mandarti a fanculo. E così con un sacco di altri aspetti della vita, nei rapporti interpersonali, nell’amore. Basta vedere un po’ più lateralmente per scoprire cose che davi per scontato, aspetti di cui godere appieno. E’ una sorta di “accontentarsi”, ma senza quella patina giallognola di negatività che ha addosso il termine oggi. E vedi persone il cui “problema di vita” è sapere quanto ha fatto la squadra del cuore, o che fine ha fatto Sara Tommasi…invece di pensare ai valori, come me, che sembro un vecchio bacchettone ora e sinceramente, se lo sembro, siete voi lettori a proiettare questa immagine su di me, giudicate voi. Io intanto scrivo. Mi ha fatto pensare l’utilizzo della parola “destabilizzante” in merito al cambio di province, cioè che adesso la mia città al posto che essere in provincia di Padova, potrebbe essere in provincia di Vicenza. Beh, che dire, definire destabilizzante un cambio di 2 lettere nel proprio indirizzo mi sembra eccessivo. Mi fa pensare perché come giustificazione c’è il senso di identità, le radici e ho pensato ancora. Io sono nato in una provincia, da genitori provenienti da altre province, figli di genitori di altre province, regioni e stati differenti a loro volta… e quindi? dovrei essere senza radici? e allora? mi sembra un ragionamento tipo Giovanardi che dice “i matrimoni gay non si possono fare perché poi chiedono i figli”…..e allora? Alla fin della fiera io sono quello che leggete, Ace, semplicemente così, e non è un modo egocentrico di dirvi che sono figo o migliore o che ne so, ma mi girano quando vedo la sragione, questa malattia che chissà come mai si genera proprio all’interno della società, che per definizione dovrebbe promuovere il ragionamento. E’ interessante ad esempio fare FREE HUGS, perché vedi gli sguardi impauriti delle persone. Perché dovrebbero avere paura di uno che t’abbraccia? Retaggio culturale. Sto partendo per una tangente e me ne accorgo, quindi faccio un po’ di ordine schematico, come piace a me, i concetti sono fondamentalmente due:

– Nei momenti tristi, il semplice sapere che qualcuno ha meno (e non parlo solo di soldi) ma è felice lo stesso, mi fa stare meglio.
– Fondamentalmente la mia “radice” è il mondo.

“Peccato sia tutto così utopistico”
“Che cosa?”
“Voler vedere il prossimo come una persona e non come un numero”

Guardati

Gli occhi guardano. Miliardi di poesie sugli occhi, sulla forma, sui colori, e soprattutto sugli sguardi.
Gli occhi, come guardano, cosa guardano, chi guardano, dove si rispecchiano, quanto amano, odiano, scrutano con determinazione, osservano. Ma nessuno si è mai soffermato sul non-sguardo, per me sono la cosa più affascinante e profonda di una persona. Ora ve lo racconto.

Vedete, gli occhi continuamente sono attirati da qualcosa, si concentrano, ma ci sono delle volte in cui non osservano, non guardano, o meglio, guardano l’indefinito. Ad esempio quando guardano IL RICORDO, gli occhi si inclinano leggermente in alto a sinistra attivando una parte del cervello, vagano, un po ‘ tremano e mostrano molte più emozioni, incontrollate e spontanee. Oppure quando gli occhi guardano OLTRE, oltre la persona fisica, nell’anima, con amore, quando non sono più interessati all’insieme di materia che compone la nostra realtà ma cercano di trascendere la materia, più semplicemente OLTRE. Ho visto anche occhi tristi guardare la DISPERAZIONE, sono degli occhi come il fondo del boccale di birra vuoto, sono degli occhi vuoti, stanchi, di un topo in gabbia, senza speranze, pieni di segreti. Ho visto occhi che guardano il DOMANI, sia con fervore, lo sguardo è lontano, viaggia alla velocità del pensiero, e guarda proprio li, solo che “li” è qualcosa di più. Ci sono anche occhi che guardano il domani con il fatalismo del ritrovarsi ancora a compire gli stessi passi, gli stessi errori, le stesse scelte e le stesse risalite. C’è determinazione, fiducia, ma ancora una volta è l’indefinito che guardano, qualcosa di immateriale. E poi ci sono gli occhi che guardano DENTRO, ma non dentro l’altro, dentro se stessi, accarezzano la testa, comprendono il corpo e cercano di ascoltarti, in completa ricezione. E ce ne sono tanti altri di non-sguardi, ma il mio ora sta guardando un SOGNO, un sogno che farò stanotte cullato dalla lacrima che ti inumidisce l’occhio e lo fa brillare.

Connessioni

Questo è un racconto scritto da me nella pausa dello spettacolo “Plagio” del Teatro a Molla del 24/2/2012 a Bologna. (Mi scuso preventivamente con l’eventuale barbarie alla Consecutio temporum, ma spero si capisca che è tutto di getto).
Gli spunti sono stati:
– Descrivere un ritratto
– Un amore finito male
– Riuscire ad imparare una cosa nella vita
– Un gelataio che lavora sui treni
– Un animale guida
– Una fattoria inglese

“CONNESSIONI” di Alessandro Corrà
Oro nero. Sì, un’altra, un’altra pinta per favore, fece con il capo senza emettere suono. Quelle dita consumate si allargavano, callose, verso il boccale, il suo boccale personalizzato. Non ne aveva uno perché era un cliente speciale, ma era il suo ed era talmente di casa perché se l’era portato con se da dove veniva. Che poi quel pub sembrava effettivamente la sua casa.
Nessuno sapeva da dove provenisse, se da qualche ponte dove vivono i barboni, dove potevi immaginarti il suo piccolo castello di cartone, oppure se veniva da un pianeta lontano e sconosciuto e, approdato in Scozia, aveva usato le sue minute conoscenze per indossare quel kilt e quel basco scoordinato.
La pinta di birra si muoveva sapendo benissimo il suo destino attraverso le fauci, la gola e lo stomaco di quell’uomo che assomigliava ad una montagna, seduto sullo sgabello laterale. Aveva con se un cane, un bastardo spelacchiato che vi faceva pensare al suo bazzicare nei bassifondi di Edimburgo ed aveva una valigetta di legno scuro, un rettangolo nodoso in cui leggevi tutta la vita dell’albero che una volta si ergeva, tra mille, su quelle colline delle campagne inglesi.
Dentro la scatola, colori. Tubetti, boccette, scatoline, un milione di contenitori diversi, con scritte in tutte le lingue del mondo: dal rosa pesco giapponese raccolto nelle sottili foglie macerate in una bustina, al nero di seppia che odorava del caldo Mediterraneo, dalla clorofilla preziosa ed in via d’estinzione dell’Amazzonia, all’ocra intenso di un tubetto scritto in francese, pieno di ghirigori. Quando la montagna faceva scattare le molle dei fermi d’ottone che racchiudevano l’arcobaleno, il cane drizzava le orecchie, inclinava la testolina un attimo e aspettava. La callosa mano sinistra passava in rassegna i colori, uno per uno, con la calma di chi ha fiducia. Al momento giusto, il cane annuiva guardando la montagna negli occhi e quello era il segnale giusto per cominciare a dipingere.
Intinse le dita in un marrone, un color terra che conteneva il duro lavoro dei campi, e appoggiò la mano sul tovagliolo; fece una striscia, tozza come le sue dita e quando levò il suo pennello, sotto apparve una scritta: Longdales. Intinse il dito ancora e tracciò altre curve per delineare un volto. Ad ogni pennellata comparivano parole: “sudore” sulla fronte, “fatica” sulle guance, “paura” definì le palpebre. Cambiò colore, usò del verde dei prati per i capelli, radi, descritti dalle parole “vecchiaia”, “stanchezza”, “speranza”. Il cane guidava la scelta dei colori ed insieme, come per magia, delinearono un volto. La mano arrivò a del nero, si infilò impastando e muovendosi sinuosa come la spatola di un sapiente gelataio in quella montagnola di carbone come se stesse alimentando il treno della sua creatività. Disegnò così una striscia liquida che partiva dagli occhi e rigava lo zigomo destro di quella persona, una sola parola descriveva quella lacrima: “Catherine”. La mano prese infine del rosso sangue, molto intenso, segno distintivo dell’ultimo tratto da eseguire e incise le labbra: “Benny”. Il capolavoro di cromia su quel supporto così spartano conteneva un volto di un anziano, cicciottello e affaticato da anni di lavoro.
Il barman stava pulendo un altro boccale, quando notò quel disegno e riconobbe quella persona. “Ehi, cerchi il vecchio Ben? Lo trovi alla fattoria di Longdales, se è ancora vivo. Devi prendere il treno per Londra e fermarti quando non vedi più case, ma solo nebbia.” Come faceva un barista di Edimburgo a conoscere quel fattore inglese ce lo chiediamo tutti.
Capitava che Carl, il barista, percorresse sempre quella tratta con sua sorella e che una volta il treno esaurì il carbone e si fermò in mezzo al nulla. E li conobbe Benny, disperso a cento miglia dalla civiltà, con i suoi animali ed i suoi campi. Divennero amici parlando della vita ed il barista apprezzava stupito la grande intelligenza di quell’uomo. La sorella era incantata dalle parole del fattore, il quale si innamorò degli occhi con i quali lei lo guardava. Ma la generazione di differenza non fece mai cominciare quell’amore. A malincuore, Carl e la sorella decisero di interrompere quel rapporto e tornarono alle proprie vite.
Era una storia triste che il barista aveva appena rivissuto attraverso il dipinto sul tovagliolo. “Grazie” fece Carl. La montagna prese il disegno e lo infilò nella valigetta dalla quale estrasse una tela, già dipinta, con un altro volto sulle cui labbra, in rosso, era dipinta una parola: “Carl”. La mano porse il dipinto al barista e la montagna si alzò, andandosene: “Grazie a te, porterò i tuoi saluti” e sparì dietro la porta vetrata del pub.
Così faceva, la montagna assieme al suo cane, girava il mondo, pittore errante. Creava dipinti di persone, descriveva ritratti, creava collegamenti. Forse era davvero un alieno capitato sulla terra per imparare una cosa nella sua vita: Essere umano.

Il complotto delle sciarpe

Ecco cosa succede… vi siete rammolliti.
Avete presente quelle suocere spesso meridionali che se c’è un malato in famiglia, prendono il nipotino e lo mettono davanti per fargli prendere la malattia? specialmente le malattie infettive che poi da grande son guai (parla uno che s’è beccato la varicella a 21 anni). Ecco, una parte di me adora questo concetto: il fatto che bisogna provare la malattia, bisogna provare “quel che non ci uccide”. Qualcuno di voi potrà ritrovare alcuni concetti nelle conversazioni personali che faccio con voi, soprattutto se parlo di vivere il dolore, in un certo senso… aiuta ad apprezzare ciò che di bello c’è. Ma torniamo al lato pratico di cose come il raffreddore. Provate a pensare a quanti accessori, tra cui nomino le sciarpe, utilizziamo, semplicemente perché ci hanno detto che con quelle non prendiamo freddo. Io non uso sciarpe…e la mia gola sopravvive, ha imparato a resistere al freddo, adattandosi. Come essere umani saremo anche delle grandissime merde confronto alla natura, ma una cosa la sappiamo fare…sappiamo adattarci.

Ed è proprio questo che ogni giorno vedo svanire in optional comfortevoli, in cose che compriamo perchè “ci servono”, quando invece sono solo un imposizione della società… è fottuta pigrizia del non voler diventare qualcosa di meglio, di più forte. Ci scottiamo sotto il sole sempre più spesso, stiamo sconfiggendo la vecchiaia, allungando però una vita piena di malattie, ma queste non sono le sofferenze che ti fanno imparare, sono solo sofferenze di un corpo stanco trattenuto “di qua” troppo a lungo; non muoriamo, ma neanche non viviamo.

E allora provate, provate le novità, scavate la vostra anima, buttatevici dentro, mordetele, masticate il sapere, togliete sta cazzo di sciarpa dal vostro cuore!

ore 2:50…51…52…53

…e quel desiderio di autodistruzione completa, di essere posseduto dalle note potenti di una traccia ruvida e aggressiva come obZen. Voglia di essere colpito, fulminato, preso a pugni in faccia. La sensazione di sentir ogni singola goccia di sangue percorrere l’autostrada delle proprie vene, sentirla viva e pulsante mentre transita a gran velocità e tu sei li, a cavalcare ogni istante, con ogni cellula. Sentire le ombre delle vene sulla pelle, la tensione dei muscoli, la fottuta sostanza della nostra carne. Impatto. La domanda appena smontato dall’auto con una nebbia fitta che ironicamente mi cela la porta di casa è “davvero posso amare?”. Una domanda inusuale in un momento di pura ira metallica, tanto che sembro un giornalista che intervista me stesso. Mi perdo in quella cadenza sincopata della batteria, vibro ad ogni nota greve del basso e vado oltre…e sorrido…fottutamente…sorrido

H

Questo è un racconto scritto da me nella pausa dello spettacolo “Plagio” del Teatro a Molla del 17/12/2011 a Padova. (Mi scuso preventivamente con l’eventuale barbarie alla Consecutio temporum, ma spero si capisca che è tutto di getto).
Gli spunti sono stati:
– Una svolta positiva
– Le alte aspettative
– Amore d’inerzia
– Imposizioni
– Buona Educazione
– Consapevolezza

“H” di Alessandro Corrà
Giro, giro, giro… è tutto quello che so fare.
Sono piccolo, di piccola taglia, di piccola massa ed è una vita che cerco un posto.
Quando ero più piccino c’era mio padre che mi ripeteva costantemente “impara la buona educazione e vedrai quanti legami avrai”… era un brav’uomo mio padre. Io ho sempre cercato di mettere in pratica quel che mi aveva insegnato, ma non ci riuscivo, mi impegnavo, ma fallivo. Sono stato per lungo tempo da solo a girare…e giro, giro, giro.
Il mio amico Elio ha la vita più facile, lui è già perfetto da solo, così com’è. E’ sicuro di sé…mentre io, io ho sempre avuto questo bisogno sfrenato di poter legare con qualcuno, qualcuno che potessi amare…e diventare qualcuno, volevo poter dire, quando saremmo stati tutti seduti alla tavola, che ero diventato qualcuno, il numero uno! Le aspettative erano alte, ne sono consapevole, ma vedete, una cosa che non ho mai messo da parte è la mia costanza.
Da quando lavoro in questa azienda, non faccio altro che girare…e giro, giro, giro.
Ruota tutto intorno a lui, il mio capo, così baldanzoso…lui sta fermo, con tutto il suo peso e noi ruotiamo intorno a lui…ma che dico noi…io, ruoto. “Ehi, tu! Fammi un caffè!” “Ehi, tu! Portami la sedia!” “Ehi, tu! Passami la gazzetta!”…centinaia di richieste e imposizioni, ordini che io non posso eseguire e per questo vengo insultato…ma io so solo girare…e giro, giro, giro.
Nel mio vagabondare in questa monotona vita e con questo monotono lavoro, un giorno trovai qualcuno che mi assomigliava, un altro come me, un altro essere in questo universo che si sentiva solo e per questo non faceva altro che girare…e gira, gira, gira.
“…ciao!” la prima mossa lo colse di sorpresa.
“…eh…ciao!” mi rispose con un certo stupore nel vedermi uguale a lui.
“…senti, ti va di essere il mio migliore amico?” era una domanda retorica, sapevo che lo saremmo diventati immediatamente.
“…SI'” l’energia di quella sillaba si insinuò alla velocità della luce e il suono mi colpì così come il significato materico del suo abbraccio. Insieme non ci interessava più nulla ormai, potevamo andare ovunque, e viaggiamo insieme, senza accelerare, come se ci fossimo sempre conosciuti. Il nostro era un amore d’inerzia, uno di quelli difficili da frenare, che continua sempre con la stessa intensità.
E fummo uno. e girammo, girammo, girammo…noi, due elettroni contro il mondo.

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