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Io sono, tu 6: Episodio Quattro – La Danzatrice

E poi lo troviamo quel colore. Ma qualcosa è diverso. E’ un fiore bianco tra dei capelli rossi.
In mezzo a quella città monocromatica, c’è una bambina, da sola. La freschezza di quell’immagine ci attira verso di lei. Sta danzando su una qualche remota melodia e la realtà impressionante di quei movimenti ci danno l’impressione che la musica esista, sia tangibile. Gli occhi della bambina luccicano come se stessero sempre sul momento di far uscire lacrime di gioia, mentre guarda quella che è per noi vento, che le cinge la vita e le si intreccia sulla mano, portandola in questo ballo sublime. Questa serie di azioni sono scollegate dallo spazio e dal tempo, la bambina ed il suo partner etereo potrebbero essere ovunque e in qualunque momento e non cambierebbe nulla, lei è concentrata su di lui e lui vive per lei. Nel nostro tentativo di avvicinarci, invisibili chimere osservatrici, ci sentiamo bene in questa situazione, senza il bisogno di inquinare la scena, ma semplicemente ricevendola e sentendola anche un po’ nostra. I capelli rossi della danzatrice fluttuano nell’aria, la nostra mano inconsapevolmente è già li, con le dita a pettinare, a soffiare delicatamente su quella criniera che volteggia. “Cosa stai facendo?” chiede improvvisamente la bambina, con un tono tra l’incuriosito ed il divertito. Noi non riusciamo a rispondere, siamo invisibili per molti, ma per questa bambina no e quando tentiamo anche solo di aprire la bocca, non esce nulla se non il respiro. “Io mi chiamo 五年” prosegue senza fermarsi “mi piace come mi tocchi i capelli, continua per favore”. Il suono di quel nome è oscuro a noi, ma allo stesso tempo così sereno e profondo, rispecchia la calma e la tranquillità con cui la bambina parla e danza allo stesso tempo, in pace. Così ci uniamo alla danza ed assumiamo piano piano la posizione del vento, diventiamo il suo partner ed in silenzio sentiamo la musica. “Lo sai, mi piace danzare sul prato” nelle sue parole c’è tanta attenzione ai singoli suoni e tanta immaginazione in quel mondo così grigio e pieno di cemento. Ma guardando istintivamente per terra, scopriamo che il prato c’è veramente, l’ha creato lei. “Questo l’ho preso qui” dice la bambina indicando in una giravolta il fiore bianco che le cinge i capelli, e notiamo effettivamente che mentre lo dice, piccole macchie candide si formano qua e la sulla piccola collinetta dove ci troviamo. Non ci sono più grattacieli severi, ne persone grigie, solo una grande collina che dialoga con un cielo azzurro e, rivolgendo lo sguardo in alto, vediamo un grande sole benevolo. “Devo andare Tu, ci vediamo dopo” chiniamo il capo per salutare la bambina, vogliamo stringerla, vogliamo farla rimanere, ma lei è già scomparsa e non ci rimane che pensare al perché ci abbia chiamato con quello strano nome. Stesi sul prato, con le mani dietro la testa ad osservare il sole benevolo, che brilla.
Il sonno sopraggiunge, delicato.

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Io sono, tu 6: Episodio Tre – La Chimera

“Tu, 6”.
BUIO
La nostra condizione di punto di vista non ha più un senso, ormai non c’è nessuna luce che si infranga, nessuna ombra tracciata, solo un grande nero; e quel suono che continua come un eco, semplice e ridondante. A forza di ascoltare questa frase, sentiamo le parole allontanarsi sempre più l’una dall’altra. C’è una virgola che piano piano si fa spazio la dove non dovrebbe e diventa sempre più marcata, tagliando la carta immaginaria su cui quelle parole sono marchiate a fuoco. In quell’atto, la virgola squarcia il foglio e la scintilla fa ritornare la luce. Siamo ancora in quell’ingresso con lo specchio, ormai del tutto vuoto, tutto è tornato alla normalità, o quasi. Respiriamo, appoggiamo una mano sul cuore, sentiamo una forte ansia. Mano? cuore? Perché non siamo più un punto di vista? una telecamera incorporea? Possibile che quella figura nello specchio ci abbia trascinato in questo mondo? Domande sottovoce nella testa ancora dolorante dopo il tonfo. Gli occhi ritornano a vedere e si poggiano sullo specchio e mano a mano che aumenta la qualità dell’immagine, scopriamo dei movimenti trasparenti, una sagoma che è la nostra, invisibile, ma sappiamo che c’è, perché ne percepiamo la diversa densità, come l’aria calda che vibra a contatto con l’asfalto, ma molto più dolce, segue i nostri movimenti. Siamo noi. In questa nuova dimensione tentiamo di seguire i movimenti dell’uomo, la maniglia cede sotto il peso della nostra mano e schiude la porta. Davanti a noi un piccolo corridoio ci rivela delle scale. Ci precipitiamo verso l’ascensore che però si chiude e ci lascia soli in questo pianerottolo. Così decidiamo di scendere a piedi. Gli scalini regolari e numerosi sono avvolti da un tappeto rosso centrale, con dei piccoli tubicini dorati tra la pedata e l’alzata per far aderire il tessuto. Elegante. Sobrio. Ripetitivo. Scendiamo per una quantità enorme di piani senza fermarci e senza nessuna fatica accumulata. Ad un certo punto incrociamo un altro uomo, in giacca grigia e cravatta. Sta leggendo un quotidiano molto attentamente e notiamo che sa perfettamente dove si trovano i gradini, segno che conosce bene questo palazzo. L’uomo, noncurante ci viene incontro e ci attraversa e prosegue la sua salita senza nessun intoppo. L’avventimento ci lascia stupiti, siamo di carne ma in realtà non lo siamo, siamo invisibili. Ma il pensiero di trovare quell’uomo con la camicia hawaiana è troppo forte, così ci precipitiamo per il resto delle scale e successivamente ci catapultiamo sulla strada. In alto osserviamo palazzi che grattano il cielo, grigi monoliti immobili; in basso il caos delle persone, che scivolano velocemente sui marciapiedi, diretti in chissà quale posto. Tutto è uguale, il marciapiede grigio, i palazzi grigi, i passanti grigi che portano valigette grigie, così pensiamo di trovare facilmente il nostro uomo. Cerchiamo quei fiori bianchi sul fondo rosso che indossa, zoomiamo sulle singole persone, ma vediamo solo una marea indistinta.
E poi lo troviamo quel colore. Ma qualcosa è diverso. E’ un fiore bianco tra dei capelli rossi.

Io sono, tu 6: Episodio Due – Il Contatto

…ed il viso di quell’uomo.
In un silenzio profondo, senza stanchezza, lo vediamo uscire dalla stanza e noi, punto di vista, lo seguiamo. La sua schiena nuda rivela un tatuaggio, una cicatrice del suo presente, un messaggio scolpito. Il nostro occhio è rapito da quelle lettere incastonate tra le ombre che la luce crea sui muscoli delle sue spalle e ci avviciniamo, frementi. Ma proprio quando stiamo per toccare la pelle, veniamo interrotti da un colore rosso che ricopre il tatuaggio. Una serie di fiori bianchi, i cui steli si intrecciano su quel fondo carminio, ci impedisce di sentire il calore che quelle parole inchiostrate potrebbero darci e, un po’ delusi, ci allontaniamo. L’uomo sta indossando una camicia proprio di quel colore così estroverso e noi, che gli siamo dietro, sbirciamo su un lato, fino a scoprire un pezzo del suo profilo. L’angolo sinistro della sua bocca si muove verso di noi, tracciando una piccola ruga di espressione sulla guancia che stiamo vedendo, come se sapesse che siamo li, nella sua camera da letto.
L’osservatore osservato.
Questa sensazione di disagio ci fa sentire nudi in sua presenza e, in un impeto di timidezza, chiniamo la visuale come in segno di riverenza verso questa sua abilità, o potere. Legno, legno scuro di parquet fa da sfondo all’immagine che stiamo vedendo ora, statico. L’elemento dinamico della scena entra in gioco quando lacci bianchi invadono questa calma, sottili fili che si muovono all’impazzata e poi, le sue mani, che ripristinano e domano quelle creature così animate. Il movimento ormai imparato decenni fa, lega quei lacci, che si vanno ad adagiare correttamente su un paio di Converse All-Star nere, consumate.
anche loro ne hanno passate tante.
Non apre bocca, non fa rumore, quasi non respira, eppure siamo incuriositi continuamente, quasi rapiti dalla sua gestualità. Un’ultima occhiata allo specchio ed è pronto per uscire. I suoi occhi verdi guardano l’immagine riflessa, le sue labbra, dopo un tempo eterno si schiudono e per la prima volta sentiamo un suono, il suo suono: “Io sono”. E’ un saluto rivolto alla persona riflessa, è un augurio per una buona giornata, è un risveglio di quella voce che fino a quel momento era sopita, racchiusa tra le corde vocali. L’uomo prende le chiavi di casa, apre la maniglia ed esce. Storditi dalla profondità delle parole, ci siamo persi l’uscita di scena dell’uomo, perché siamo stati rapiti da un fatto sorprendente, surreale: l’immagine riflessa dell’uomo è ancora li, con gli stessi occhi verdi, con la stessa camicia hawaiana, con lo stesso angolo della bocca sorridente. Indugiamo ancora, poi tentiamo di avvicinarci alla superficie dello specchio, sperando di passarci attraverso. La corsa è rapida, piena di fervore, piena di dubbi che incrinano la realtà; ad un millimetro dal vetro, scopriamo la nostra materialità, non siamo più un punto di vista, incorporeo, in questo momento siamo fatti di carne, ma è troppo tardi per realizzarlo. Sbattendo sullo specchio udiamo un altro suono, profondo come la voce dell’uomo provienente dall’immagine persistente “Tu, 6”. BUIO

Io sono, tu 6: Episodio Uno – Il Rito

(un soggetto per una sceneggiatura che ho iniziato a scrivere e riscrivere tempo fa, provo a buttare giù qualcosa qui).

Un collo, muscoloso, il pomo d’Adamo si muove in un sussulto mentre la saliva scende lungo quel ruvido canale. Una mano, la sua, cinge la scena appena illustrata, avvolgendola. Il movimento delicato di quella grande mano, con le dita lunghe, affusolate e leggermente storte, sale, accarezzando quella poca barba ricresciuta, su quel mento un po’ sporgente che porta i segni delle sue radici. La mano scorre sul viso, inseguita curiosamente da voi, spettatori, che in questo momento siete insieme a me un punto immaginario, bramoso di ogni piccolo fremito che ha quell’essere. La mano si allontana, la nostra concentrazione così allarga il campo visuale, scoprendo uno spazzolino rosso, un rasoio lasciato incustodito. La mano sembra soffermarsi su questi oggetti, ma passa oltre e prende una confezione di lenti a contatto. Le afferra e con la mano gemella le scarta quasi brutalmente in un tremore silenzioso, calcolato. Le lacrime bagnano le dita di entrambe le mani e i gesti cominciano ad assumere quella ritualità che solo lui conosce così profondamente. Il suo occhio si apre e, noi, curiosi di guardare quest’uomo in volto ci fiondiamo sopra di lui, che ha rivolto il capo all’indietro e spalancato un occhio verso il soffitto, un occhio verde. La lente viene calata dalla mano esperta e si posiziona al centro di quell’occhio che è fisso in stato offline.
Il nostro punto di vista è troppo fremente di scoprire sensorialmente, non solo visivamente quell’atto, così ci tuffiamo in quel pozzo color dei prati e sentiamo il bruciore sfrigolante che fa l’occhio quando accoglie la lente, simbionte esterno. Ma non basta: bisogna entrare più all’interno. Così ci immergiamo, nella testa dell’uomo.
Buio.
L’uomo ha chiuso gli occhi dopo aver messo la seconda lente, sentiamo il suo respiro in quella frazione di secondo in cui il suo corpo si adatta a quel dolore leggero. Poi dal buio entra la luce dai suoi occhi, come un aurora del mattino. In quella frazione, in quel raggio verde al contrario, ci appare qualcos’altro: delle altre ombre, proiettate su quel prato istantaneo che svanirà appena il sole sarà sorto.
Come degli alberi in una foresta, 6 sagome si stagliano, forme diverse, alcune sedute su ceppi d’albero, altre, alte che sembrano guardarci. Non riusciamo a distinguere nulla se non il loro profilo, perché un attimo dopo, quando gli occhi si aprono, veniamo catapultati fuori da quel cervello.
Storditi non possiamo far altro che riabituarci alla luce e guardare davanti a noi, uno specchio…
…ed il viso di quell’uomo.

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