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Sanguigna

Se ne stava li, in mezzo alla foresta, vicino alla sua famiglia, immobile.
I suoi genitori erano li, a due passi da lui, e lui li guardava con la gioia, la gratitudine e soprattutto il rispetto che ogni frutto dovrebbe avere guardando chi lo ha generato, ma non sapeva che quella sarebbe stata l’ultima estate insieme.

Gelo. Arrivo’ l’autunno, la stagione malinconica, e con essa egli vide quanto la vecchiaia si stava portando via i pezzi di suo padre e di quanto sua madre stesse lentamente spegnendosi. Voleva abbracciarli, ma non poteva farlo.
Quella mattina faceva incredibilmente freddo, un freddo che ti indurisce, ti toglie la linfa ed il vento sferzava violento su tutti loro, interrompendo il silenzio che altrimenti ci sarebbe stato. Il sibilo del vento divenne un fischio ed il fischio divenne un gracchiare costante, sempre piu’ intenso, sempre piu’ vicino.

Qualcosa lo tocco’, e poi il buio.

Un frastuono lo risveglio’, e di nuovo quel gracchiare costante, ma stavolta lontano, a ritmo col quel tonfo. Era stato sradicato dalla sua famiglia e gia’ sentiva la loro mancanza. Dolore. Sentiva dolore, come se qualcosa lo stesse tagliando, affettando, maciullando. Si sentii in balia degli eventi come non lo era mai stato prima, sballottato da tante braccia che lo lanciavano, lo perforavano e lo processavano in un inferno di metallo. Quando tutto questo ebbe fine, si sentii sollevato, nella sua prigione trasparente, sempre meglio delle atrocita’ finora ricevute. Riuscii finalmente a dormire.

Calore. Il calore di una mano lo afferro’ e lo risveglio’ dal sonno eterno in cui si era gettato. Non poteva crederci di ritornare a sentire qualcosa di simile al sole. Qualcosa in lui era cambiato, la sua anima era diventata scura per colpa di tutto cio’ che gli era successo e non riusciva piu’ a provare nulla, nemmeno si ricordava delle sue origini, tanto dolore gli era stato inferto. Quella mano era come una coperta che ti rincuora e finalmente ebbe la capacita’ di ricordare.

Il proprietario della mano si prese cura di lui: lo aiuto’ piano piano a liberarsi di quella materia rossa che lo aveva corrotto, trasformandola in parole bellissime, ed ogni volta che insieme scrivevano “Ti voglio bene”, il suo pensiero andava alle sue radici.

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Delle persone che non hanno imparato ad usare i pollici

…sempre rivolti verso di se, in una insana masturbazione.
Quelle persone che non perdono occasione per dire la prima cazzata che gli passa per la testa giusto perché il successo permette loro di avere apprezzamenti dai propri seguaci.

Quel qualcosa che mi scatta dentro quando assisto a così tanta mancanza di materia grigia: io sono li come un padre sugli spalti ad incitare il proprio figlio durante il contropiede che tifo per i neuroni delle persone, dei ragazzi.
Eppure vengo etichettato come impopolare, non di moda, solo perché è troppo assurdo che ad una persona freghi qualcosa del prossimo.

Il buon samaritano non esiste più, ha per forza un doppio fine, ragion per la quale quasi nessuno riesce a capire cosa cavolo ci sia scritto nel Principe di Machiavelli. Tutti a far congetture e a giocare ad incularsi a vicenda, bravi, gioite nella vostra orgia di ignoranza.

Un giorno, quei pollici, vi si romperanno

Frustrazione

Una parola che ti riempie la bocca, onomatopeica come un Frappè al cioccolato.
Guardo il soffitto bianco di questi 9 metri quadrati, un colore uniforme interrotto solamente dal punto luce, una lampadina rotta 1 mese fa e mai cambiata. Mancanza di tempo, mancanza di risorse. La frustrazione di avere così tanti progetti, così tante cose da fare, con una mente che viaggia continuamente avanti ed indietro tra emisfero australe e boreale, un attimo prima è a casa, da mia figlia, a immaginare i suoi passi sempre più certi, un attimo dopo torna sui miei passi, piedi doloranti dopo lunghe pedalate e sforzi al lavoro. Non è ancora il momento per alcuni progetti, troppo poco tempo e troppe poche risorse, che mi rendono inerme, il peso di avere il coraggio di realizzare i propri obiettivi, contro ogni aspettativa.

E’ sicuro che ce la farò, non è una questione di SE… è solo una questione di ME

Grip

Ci sono quei momenti in cui non riesco ad esprimere facilmente ciò che provo, forse perché le parole limitano il pensiero, forse per la paura di dover accettare le conseguenze del dare corpo ad un sentimento.

Mi immagino un assedio alla vita. Un castello solido, con mura di sicurezza, pietre gravi e ben posizionate da un architetto divino. In molti arrivano ai piedi di questo monte pietroso e cercano di scalarlo.

Sono ferito, senza armi se non me stesso, appoggio una mano per sentire il freddo cristallino della razionalità, scrutando la superficie in cerca del primo appiglio. E’ dura, durissima, le unghie si spezzano, i calli affiorano ad ogni singola pietra raggiunta. E poi diventa tutto scivoloso, qualcuno ha buttato dell’olio; di reazione, salto per cercare la prossima pietra e aggirare il pericolo.

Lui scatta una foto di quell’istante: io sospeso a mezz’aria, sfocato per la velocità, sanguinante, con gli occhi ricolmi di lacrime, la tensione dei muscoli nel gesto e la lucidità nera della barriera.

Lui è il presente.

Zoom

è un bel po’ che non ci sentiamo, o mia cara nicchia di lettori. Non scrivo da un sacco di tempo perché questo blog è una vena, è come una falda acquifera che si ricarica nel tempo di creatività e fantasia.

Nelle mie riflessioni continue, con la mente che viaggia un sacco, stavo pensando alla capacità di Zoomare che ognuno di noi possiede.

Zoomare in avanti, nel dettaglio, a cercare di estraniarsi da tutto e tutti per un unico focus, ad esempio quando guardi negli occhi tuoi figlia da vicino e non ti interessa di tutto il resto del mondo. Tanto la Terra gira lo stesso.

Zoomare indietro, nella visione d’insieme, quando i problemi e le difficoltà giornaliere si possono affrontare in squadra, uniti.

La parte ed il tutto

Sale. Riempie la goccia di sudore che scivola dalla tempia, scende giù, attirata dalla forza di gravità della situazione. È un enorme desiderio di distendersi, crollare, sotterrarsi e scavare. È piccola, probabilmente nessuno la vedrà mentre a mezz’aria cambia forma, come una farfalla che esce dal bozzolo, per diventrare una sfera perfetta e trasparente di acqua. Paradossale come il frutto proibito della fatica sia qualcosa di così puro.
Molti trovano tutto questo banale, scontato, abitudinario.
Ci si abitua a tutto. Così come le particelle elementari formano atomi, che si sposano in molecole per formare le cellule del nostro corpo, così noi diamo per scontato tutto questo considerandone il prodotto finale e non il processo formativo. Così nell’industria dei sentimenti si può arrivare ovunque, ma l’importante è il viaggio, i singoli tasselli che compongono il mosaico emotivo. La determinazione quando è forte ti rende indipendente, ma solo. Al contrario se vieni determinato dagli altri, ne diventi schiavo e perdi coscienza. C’è gente che è morta su questa dicotomia. La mia idea è che nel nostro razionalismo estremo, a volte sia necessario ingegnerizzare il pensiero per agire chiaramente

la goccia di Vov

ore 23:35 circa, la sottile linea bianca continua si staglia luminosa a ferire in due metà la strada nera, di quel nero appiccicoso a cracklè che solo l’asfalto stagionato sa donarti. Stanco, sto tornando a casa in automobile, quando il mio sguardo entra all’interno della malinconia più inadeguata che si possa immaginare. Non è una sensazione nuova, ma un’esperienza passata che scava nella memoria e apre freneticamente i miei cassetti riallacciando eventi a dir poco scollegati, in modo da formare una di quelle pareti piene di carte, ritagli di giornale e foto per scovare un assassino. Il volo degli occhi sfonda il parabrezza e si infila in un ristorante in chiusura, una di quelle classiche pizzeria di strada, quelle che stanno a cavallo tra un comune e l’altro, orfane di entrambi, gestite dal figlio qualunque del napoletano arrivato qui in cerca di fortuna. Alla porta c’è un mocio che fa da buttafuori, ma lo sguardo si addentra nella luce e arriva al bancone vuoto, si alza sulle bottiglie sospese e si ferma davanti ad una bottiglia di Vov, il più solo tra gli alcolici. Se ci pensate, mentre tra le bottiglie ci sono gli Aperol, i Campari, i Jack Daniels che sono la serie A, che continuamente vengono aperte, maneggiate, servite, il Vov è una di quelle bottiglie che viene comprata più che altro per far scena. E’ li, tutta in solitudine, introspettiva a tal punto da essere bianca e non mostrare il suo contenuto a differenza della trasparenza di altri contenitori.

Ecco, lo sguardo è stato così curioso da scoprire l’essenza della malinconia, dell’inadeguatezza e della solitudine.

Contaminazione

Ci sono quelle persone che vivono senza rendersene conto. Quelle che aspettano da 30 anni un treno per una città densa di fumo, smog e speranze. Quelle persone che stanno li a passeggiare nervosamente avanti e indietro mentre la loro mente è immobile. La confusione della massa, in cui ognuno pensa di essere un soggetto distante e si dimentica che siamo tutti fratelli. Ci sono dei momenti, in cui io mi rifugio in un silenzio abissale, volgo lo sguardo leggermente sotto l’orizzonte, seguendo il taglio discendente dei miei occhi ed avvolgendoli nelle ciglia lunghe. In quel limbo così rilassante, ogni senso si fortifica, in una situazione di ragionato autismo. Li, mi trovo, a giocare con i tasselli Lego che compongono la fabbrica della realtà, non imitando qualche divinità antica, ma accrescendo la mia consapevolezza di essere umano. E li, in quel buio che mi appartiene, ogni tanto mi accorgo di quei bagliori che come idee saettanti mi attraggono e pervadono. E tu sei l’unica persona che vedo ad occhi chiusi, la cui presenza è una sinestesia continua.

[NICKNAME] – Riflessioni Filosofiche Sparse

Meta

Questo è un racconto scritto da me nella pausa dello spettacolo “Plagio” del Teatro a Molla del 24/11/12 a Padova in 10 minuti.
Gli spunti sono stati:
– Tanto tanto tempo fa
– Sclassico
– Rinascimento
– L’ho comprato alla stazione di Roma Termini
– Risposte sibilline
– Il dubbio
– Gli zii non si divertono, ma io sì

“Meta” di Alessandro Corrà

Quando venni al mondo non esistevo ancora.

Tutto quello che mi ricordo era del colore nero, solo che al tempo per me non aveva senso. Soltanto quando scomparve il bianco il tutto acquistò un significato, contrasto. So di avere tanti tanti parenti, ma non sono figlio di questi. I miei zii sono pesanti e quando cominciano sono sempre un “tanto tanto tempo fa…”. Loro non si divertono, ma fanno divertire voi, che cercate in ogni modo di carpire le loro storie intricate.

Io invece, mi diverto, eccome se mi diverto!

Tante che sto giocando con le vostre menti da almeno dieci righe.

E’ divertente, sapete? Io vi guardo da questa pagina mentre cercate di capire che sta succedendo, insinuo il dubbio in voi, che io sia nato proprio dal vostro ascolto, dalla vostra penna. Sarà così?

Sappiate una cosa, miei cari lettori. Io non sono uno qualsiasi, uno di quei classici che avete comprato in libreria, magari alla Stazione di Roma Termini, io sono uno sclassico, un neologismo. Il mio nascimento, o meglio, il mio rinascimento (ancora neologismo) avviene quando siete arrivati al mio termine.

Perchè io non racconto,

io SONO il racconto!

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